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La geografia dell’anima: guida alle diadi di Plutchik

Perché non sappiamo più riconoscere cosa proviamo e come la letteratura può aiutarci a recuperare le sfumature emotive della nostra umanità.

Articolo scritto da Lara Marzo

L’incendio e la miccia: perché “arrabbiato” non basta più

Cosa provi? Sembra una domanda banale, eppure in molti non sappiamo rispondervi se non ricorrendo a emozioni “semplici”.

Sono arrabbiato.
Sono triste.
Sono in ansia.

Immaginiamo: rientriamo dopo una giornata di lavoro. Cosa desideriamo se non trascorrere una serata tranquilla? E invece troviamo disordine in casa, la cena ancora da preparare, veniamo accolti da un saluto frettoloso. Oppure stiamo per rilassarci in compagnia di un buon libro quando riceviamo una chiamata inattesa e veniamo presi al laccio da un amico/parente/conoscente che ci scaraventa addosso la sua ultima delusione.

E noi bruciamo. Davanti a un patto infranto o a un’invasione di campo esplodiamo (gridando) o implodiamo (rimuginando), ma è probabile che una sola sia l’etichetta con cui identificheremo ciò che proviamo: rabbia.
Si tratta di un’emozione primaria che, però, se ci fermiamo ad analizzarla, scopriamo essere solo la punta dell’iceberg. Sotto il radar della nostra rabbia, infatti, si annida la delusione (per un patto non rispettato o un programma saltato), una emozione che – come spiega Plutchik attraverso il concetto di diade – nasce dal mix di tristezza e sorpresa negativa.

Potremmo quindi definire la rabbia come l’incendio che ci devasta, nascondendo alla vista la miccia che lo ha innescato.
Ma perché è così importante identificare il punto di innesco? Perché solo se comprendiamo ciò che si muove sotto la superficie possiamo comprendere meglio noi stessi e attuare strategie mirate per non sputare fuoco ogni volta (o ingoiarlo e bruciare dentro).

Dobbiamo riappropriarci del nostro vocabolario emotivo per poter dare un nome a ciò che proviamo e attuare strategie che siano realmente funzionali al nostro benessere.
Il limite di affidarsi alle emozioni primarie è che sono emozioni reattive, non riflessive. Se rispetto a una certa situazione crediamo di provare solo rabbia, la nostra risposta sarà l’attacco o il rancore. Ma se impariamo a sezionare la nostra rabbia, potremmo scoprirvi, ad esempio, la delusione e allora la nostra reazione potrà cambiare: non avremo più bisogno di urlare, ma di elaborare una mancanza.
In questo senso, la teoria di Plutchik ci offre una mappa per smettere di essere vittime di impulsi indistinti e iniziare a capire la nostra geografia interiore.

L’alchimia dell’Anima: come Plutchik ha mappato i nostri colori interiori

Robert Plutchik, psicologo americano, famoso per il suo “Fiore delle Emozioni” ci ha lasciato in eredità un concetto basilare per comprendere le emozioni: la diade.
Plutchik immaginava le emozioni come colori primari: mescolandoli se ne potevano ottenere di nuovi. Così, se mescolando il rosso e il blu si ottiene il viola, così mescolando gioia e fiducia si ottiene l’emozione dell’amore.

Immagine di NYCID

La sua teoria si basa su un principio matematico e cromatico molto semplice:

emozione A + emozione B = diade

Una volta identificati i colori (emozioni) primari, mescolandoli se ne ottengono di nuovi e solo allora possiamo creare capolavori dentro e fuori noi stessi.
Le emozioni non si presentano quasi mai isolate. Viviamo in uno stato di costante miscelazione.
Partendo dalla rappresentazione delle emozioni nei petali di un fiore, Plutchik identifica diversi gradi di “sfumature”:

LE DIADI PRIMARIE. Nascono dall’incontro di due emozioni adiacenti (vicine) nel fiore. Sono le più comuni e le più facili da riconoscere.

Gioia + Fiducia = AMORE (il sentimento di accettazione e calore)

Tristezza + Disgusto = RIMORSO (il dolore per qualcosa che abbiamo fatto e che ora ci disgusta)

Tristezza + Sorpresa = DELUSIONE (il dolore che nasce dallo scontro tra le nostre aspettative e una realtà inattesa)

Rabbia + Anticipazione = AGGRESSIVITÀ (l’energia della rabbia proiettata verso un obiettivo futuro)

LE DIADI SECONDARIE. Nascono da emozioni separate da un petalo vuoto nel fiore. Sono sentimenti più complessi e spesso più amari.

Gioia + Paura = COLPA (provare piacere per qualcosa che ci spaventa o che sappiamo essere proibito)

Tristezza + Rabbia = INVIDIA (il dolore di non avere qualcosa unito al risentimento verso chi ce l’ha)

Fiducia + Sorpresa = CURIOSITÀ (l’apertura verso l’altro mista allo stupore dell’inedito)

Qui troviamo emozioni anche antitetiche come quelle che generano la colpa (gioia + paura): in questo caso è utile sapere che è il piacere unito al terrore della sanzione a creare il cortocircuito emotivo che ci logora e che identifichiamo come “senso di colpa”.

LE DIADI TERZIARIE. Nascono da emozioni separate da due petali vuoti. Sono stati d’animo rari e molto difficili da definire, tipici dei grandi romanzi introspettivi.

Gioia + Sorpresa = DELIZIA (un piacere improvviso e inaspettato)

Anticipazione + Paura = ANSIA (immaginare il futuro con timore)

Fiducia + Tristezza = SENTIMENTALISMO (un dolore dolce, ammorbidito dal legame con qualcuno)

Anche nel caso del sentimentalismo ci troviamo di fronte a emozioni antitetiche (fiducia + tristezza) dove il calore del legame (fiducia) si fonde con il dolore per il tempo che è passato (tristezza). Difficile esprimere una tale sfumatura con una semplice emoji!

Plutchik non parlava solo di mescolanze, ma anche di saturazione. Come un colore può essere pastello o carico, così l’emozione cambia nome in base alla forza: la noia può quindi diventare disgusto e poi trasformarsi in odio (che non è altro che una forma intensa di disgusto). Più il colore è saturo, più la diade che ne scaturisce sarà potente e difficile da gestire.

Conoscere questa tavolozza ci aiuta a non restare intrappolati nel mondo monocromatico oggi promosso perché più semplice da decodificare, ma anche estremamente più povero. La società digitale, infatti, predilige una semplificazione delle emozioni che rischia di contaminare la nostra capacità di percepire la realtà. Ci vuole reattivi e veloci; ci vuole, in definitiva, privi di sfumature. Ma perché il mondo del “click” ha così paura delle nostre diadi?

Immagine di Joanne Glaudemans

La dittatura del primario: perché il mondo digitale teme le sfumature

È l’uomo ad aver creato i Social o sono i Social che stanno creando l’uomo?
Nell’era del fast food, anche le emozioni sono diventate merci di scambio. Like, cuoricini, emoji… le nostre reazioni servono se sono immediate, se “fanno numero”. La riflessione viene sottovalutata se non osteggiata perché richiede tempo, è troppo lenta rispetto a un ritmo da catena di montaggio.
L’algoritmo non ha bisogno della nostra complessità. Una diade come il sentimentalismo o la soggezione ci porta a fermarci, a posare il telefono, a riflettere. Per un’economia basata sull’attenzione, questo silenzio è una perdita economica. La rabbia, invece, genera commenti; la paura genera condivisioni. Siamo spinti verso il primario perché il primario è “monetizzabile”.

La società digitale, quindi, tende a promuovere le emozioni primarie (spesso rabbia e paura) a discapito delle sfumature rappresentate dalle diadi che, invece, richiedono tempo per essere elaborate. Il rischio che stiamo correndo in questa corsa alla semplificazione è di perdere la capacità di gestire la complessità e di arrenderci a un pericoloso appiattimento affettivo che ci rende più manipolabili perché più reattivi e meno riflessivi.

È come se, abituati a mangiare solo cibi ricchi di zuccheri e grassi (le emozioni primarie dei Social), il nostro palato emotivo non fosse più in grado di percepire il sapore di un sentimento autentico.
Perdendo l’abitudine alle diadi, perdiamo la capacità di discernere la verità di ciò che proviamo, diventando analfabeti in un mondo dove per farsi sentire è necessario gridare sempre più forte.

Il premio Nobel Daniel Kahneman lo ha spiegato bene nella sua teoria sul “pensiero lento”. Kahneman parla di due sistemi di pensiero: uno veloce e uno lento.

  • Il Sistema 1 (quello dei Social) è veloce, emotivo, automatico. Funziona a emozioni primarie.
  • Il Sistema 2 (quello della lettura e delle diadi) è lento, faticoso, riflessivo.

Ricordate l’incendio della rabbia per la cena non pronta o la telefonata indesiderata? Quella è la vittoria del Sistema 1. Il Sistema 2 è quello che, con fatica, spegne le fiamme per cercare la miccia della delusione. Ma se non alleniamo il Sistema 2, l’incendio diventerà la nostra unica modalità di interazione con il mondo.

In sintesi, mentre la società digitale sta “atrofizzando” il nostro Sistema 2 perché ci vuole reattivi, la lettura rappresenta una risorsa preziosa per allenare le diadi, ovvero le preziose sfumature che ci rendono esseri umani più consapevoli e profondi.

Immagine di David Werbrouck

Fisioterapia per il pensiero: la lettura come palestra dell’empatia

La lettura è l’habitat naturale del Sistema 2. Mentre lo schermo ci bombarda, la pagina ci aspetta. È un esercizio di ascolto profondo.
Se i Social contribuiscono ad atrofizzare i muscoli della riflessione, il libro, al contrario, è il peso che ci aiuta a ricostruirli e ci riesce perché il nostro cervello non distingue tra un’emozione provata e una letta con intensità, di conseguenza, quando leggiamo di un personaggio che vive una diade complessa, i nostri neuroni specchio reagiscono come se fossimo noi a provare quell’emozione. Il nostro cervello non si limita a decodificare lettere, ma ‘simula’ biochimicamente l’esperienza (simulazione incarnata).

La letteratura ci “presta” emozioni che nella vita reale ci spaventano, permettendoci di farne esperienza in un ambiente sicuro. Questo spiega perché personaggi “piatti” (bidimensionali) risultino noiosi: abbiamo bisogno di specchiarci nelle scene che leggiamo percependole quanto più reali possibili.
Inoltre, i grandi romanzi sono capaci di allenarci a riconoscere le emozioni più complesse.

Lo specchio dell’Anima (perché ci identifichiamo?)

Vi siete mai chiesti perché il cuore accelera durante un inseguimento descritto sulla carta, o perché sentiamo un nodo alla gola per il dolore di un personaggio che, tecnicamente, non esiste? La scienza ha scoperto che leggere non è un esercizio astratto, ma un’esperienza fisica.
Al centro di questo fenomeno ci sono i neuroni specchio: cellule cerebrali che si attivano sia quando compiamo un’azione, sia quando osserviamo (o leggiamo di) qualcun altro che la compie.

Questo processo è chiamato simulazione incarnata. Il nostro cervello non si limita a decodificare lettere, ma “incarna” l’emozione: per la nostra mente, la distinzione tra ciò che accade a noi e ciò che accade al protagonista diventa sottile. La letteratura diventa così una palestra protetta: ci permette di allenare il nostro “Sistema 2” a riconoscere le diadi più complesse senza i rischi della vita reale. Leggere è, a tutti gli effetti, fare pratica di umanità.

       Un esempio applicato: il labirinto di Anna Karenina

Per capire cosa significa abitare una diade complessa, pensiamo ad Anna Karenina. Tolstoj non ci descrive una donna semplicemente “innamorata” o “triste”; ci immerge in un conflitto biochimico che coinvolge il lettore attivando i suoi neuroni specchio.

Il grande conflitto interiore vissuto da Anna – divisa tra la passione per l’amante, Vronskij e l’amore viscerale per il figlio Serëža – ci mostra come in lei non abiti solo la gioia, ma una diade secondaria devastante: la colpa (gioia + paura):

Anna prova la gioia dell’evasione e della vitalità ritrovata
ma contemporaneamente la paura della perdita sociale e, soprattutto, della perdita del figlio.

Questa non è una “scelta” tra due opzioni, è una collisione di colori che crea una sfumatura scura, molto umana. Lo “struggimento” che proviamo leggendo non nasce dal fatto che Anna sia infelice, ma dalla nostra capacità di simulare il suo sentimentalismo (fiducia/legame + tristezza) verso il figlio, che si scontra con il suo rimorso (tristezza + disgusto per la propria posizione).

Attraverso Anna, noi alleniamo il nostro Sistema 2 a non giudicare frettolosamente. Se leggessimo la sua storia con la logica di un “social”, Anna sarebbe solo “un’adultera” (etichetta primaria). Leggendo il romanzo, invece, entriamo nella diade: comprendiamo che la sua verità abita nello spazio grigio tra il desiderio e il dovere.

Un altro tipo di rimorso è quello provato da Eddie, il protagonista di Le cinque persone che incontri in cielo di Mitch Albom. Eddie muore convinto che la sua vita sia stata un fallimento, un cerchio di rimpianti e amarezze, con un’unica speranza: che almeno la sua morte abbia portato a qualcosa di buono. Mentre scopriamo gli incontri di Eddie in cielo non possiamo non sentirci partecipi del suo dolore, così come leggendo Anna Karenina non possiamo evitare di chiederci: cosa avrei fatto io in una situazione simile alla sua?

Questi due esempi ci mostrano come sia possibile esplorare un’emozione come il rimorso in modi diversi e come personaggi che superano la prova del tempo sono alle volte più umani di quanto non lo siano reazioni e risposte a post sui Social.

Nominare per dominare: il potere liberatorio della parola esatta

Perché sforzarci tanto per dare un nome alle nostre emozioni? A che pro? Perché quando riusciamo a dare un nome a ciò che proviamo, ne ricaviamo un sollievo quasi fisico. Pensate alla tensione che provate quando non ricordate una parola. Ce l’avete sulla punta della lingua, ma niente, non esce, s’è persa chissà dove. E alla soddisfazione che provate quando infine la ritrovate: non vi sentite sollevati? Ecco, quando riuscite a nominare le vostre emozioni più profonde, accade più o meno la stessa cosa. In psicologia questo processo si chiama “Labeling Emotivo”.

Quando diciamo “sono arrabbiato”, l’amigdala (il centro della paura e della reazione) resta accesa. Ma quando facciamo lo sforzo di usare il Sistema 2 per dire “provo delusione”, l’attività migra verso la corteccia prefrontale. In quel momento, dare un nome alla diade è come azionare un idrante: l’incendio si spegne e la nebbia si dirada. 

Immagine di Brett Jordan

E cosa c’entrano i libri? Semplice: i libri sono i nostri vocabolari emotivi. Spesso non sappiamo dare un nome alle nostre emozioni perché non ne conosciamo il nome. I libri diventano quindi dizionari: leggendo di Anna Karenina, non impariamo solo la sua storia, ma “rubiamo” le parole per descrivere la nostra.
Più il nostro vocabolario emotivo è ricco, meno siamo schiavi di impulsi indistinti. La nostra libertà oggi inizia proprio dalla capacità di poter definire le sfumature emotive che ci abitano.

La ribellione degli acquerelli: verso un Manifesto della Lettura

Se foste pittori tra una scatola con 4 pastelli a cera e una valigetta con 128 sfumature d’acquerello, quale scegliereste?
Se foste sportivi tra una corsa campestre e una sfida olimpionica, quale scegliereste?
Non tutti siamo pittori o sportivi, ma ci riconosciamo in quanto umani per cui perché dovremmo accontentarci di emozioni grezze e bidimensionali, quando abbiamo a disposizione un intero universo di sfumature?

Se amate leggere, sappiate che state già partecipando a un atto di ribellione silenziosa. Ogni pagina voltata è un muscolo che si riattiva, ogni parola “rubata” a un grande autore è un pezzo di libertà che torniamo a possedere. Perché una mente che sa nominare le proprie sfumature è una mente che non può essere addomesticata.
Ecco perché ci serve non più tempo, ma tempo speso meglio: tempo che possiamo tornare a dedicare alle lettura non in quanto mero svago, ma in quanto resistenza attiva.

Nel prossimo articolo esplorerò come la lettura possa trasformarsi in un importante strumento di riconquista della nostra geografia interiore.

Immagine di Richard Bell


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Tag: Last modified: 3 Maggio 2026