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44 Scotland Street di Alexander McCall Smith

L’atmosfera: un salotto a Edimburgo

Più che una narrazione classica, leggere i primi due volumi di 44 Scotland Street dà la sensazione di sedersi a un lungo pranzo domenicale dove il tempo si dilata. La New Town di Edimburgo non fa semplicemente da sfondo; partecipa alla conversazione con i suoi caffè, le gallerie d’arte e l’invasione colorata del Fringe Festival nel secondo libro.

La vera scommessa dell’autore risiede nella gestione del ritmo: la trama avanza grazie ai piccoli eventi quotidiani – come la caccia al misterioso quadro Peploe? – ma assomiglia più alle chiacchiere dei commensali durante un pranzo, mentre sono i dialoghi – spesso infarciti di aneddoti, storie, nozioni, battibecchi arguti – a essere la portata principale del banchetto. È tra le battute, ironiche e colte, che si sviluppa, infatti, l’azione interiore dei personaggi.

Questa fluidità ha una ragione ben precisa: la serie è nata come romanzo a puntate quotidiano sulle pagine del giornale The Scotsman. McCall Smith scriveva un breve capitolo al giorno, e questa impostazione episodica si riflette nella struttura volutamente aperta dei libri. Ecco perché, al termine sia del primo che del secondo volume, le storie non si chiudono con un punto fermo, ma rimangono sospese, pronte a scivolare nel capitolo successivo della serie, proprio come accade nella vita reale.

I protagonisti: un mosaico in lenta evoluzione

McCall Smith non svela subito tutte le sue carte psicologiche, preferendo far emergere i suoi personaggi a turno, un libro alla volta, sfruttando l’impostazione seriale.

Nel romanzo d’esordio, i riflettori sono principalmente puntati sulla ventenne Pat MacGregor e sul vanitoso Bruce Anderson. Pat incarna perfettamente quella transizione tipica dei vent’anni, un limbo in cui si vive senza sapere bene cosa fare di se stessi. L’autore la osserva con una sottile ironia, mettendola costantemente di fronte alle sue stesse indecisioni e costringendola a subire l’egocentrismo del suo coinquilino.

Nel secondo libro, Semiotica, pub e altri piaceri, assistiamo a un cambio di baricentro psicologico: emerge prepotentemente il piccolo Bertie Pollock. A soli sei anni, questo bambino prodigio intrappolato in una salopette color fragola inizia a tentare le sue prime, goffe ma decise ribellioni per uscire dall’orbita asfissiante della madre Irene. Bertie non vuole essere un progetto di vita; vuole solo “vestire come gli altri bambini”, giocare a rugby e ammirare i treni. Insieme a lui, esce dall’ombra anche il padre Stuart, che trova finalmente la tridimensionalità e il coraggio di rivendicare uno spazio di libertà per i maschi di casa, sottraendosi al dispotismo “illuminato” della moglie.

La peculiarità: lo stile “seriale” e la deformazione della realtà

La forza stilistica di McCall Smith risiede nel modo in cui gioca con la realtà quotidiana attraverso l’esasperazione dei tratti caratteriali. I residenti di Scotland Street sono indubbiamente bizzarri ed eccentrici – basti pensare all’indeciso Matthew che “è troppo buono” per avere successo in qualunque lavoro si cimenti, all’antropologa Domenica che osserva i vicini come una tribù esotica, o ad Angus con il suo cane Cyril, di cui non si capisce mai del tutto la collocazione logica e narrativa.

Eppure, nonostante le loro stranezze siano spinte al limite della satira, questi personaggi risultano straordinariamente reali. Assomigliano alle persone che incontriamo ogni giorno molto più di quanto vorremmo ammettere. McCall Smith esaspera i loro difetti non per giudicarli, ma per trasformarli in specchi delle nostre stesse debolezze.

Si nota, inoltre, una precisa polarizzazione dei generi: le figure maschili adulte (Bruce, Matthew, Stuart) si presentano del tutto imperfette, deboli, vanitose o perennemente indecise. Al contrario, le figure femminili (Domenica, Irene, Big Lou) appaiono forti, dominanti e a tratti dispotiche, sebbene ciascuna celi qualche ombra o segreto legato al passato che ne giustifica la corazza.

Il labirinto morale dei personaggi imperfetti

Mentre seguivo la sottotrama del dipinto di Peploe?, mi sono sorpresa a osservare i miei stessi meccanismi psicologici di lettrice, scoprendo quanto sia sottile il confine tra l’empatia e una certa, quasi spietata, severità.

Quando il vanitoso Bruce si è appropriato del quadro che Pat avrebbe dovuto custodire, ho provato una punta di intima, innegabile soddisfazione. È stato il piacere un po’ crudele di vedere l’indolenza e la superficialità di Pat finalmente punite dalle conseguenze delle sue stesse azioni. Non potevo fare a meno di desiderare che pagasse il prezzo della sua disattenzione. Così come, in seguito, quando l’ho vista infatuarsi di Bruce in un modo a tal punto ridicolo, c’era una parte di me che avrebbe voluto scrollarla (come avrebbe fatto qualunque buon genitore) e urlarle: “Ripigliati!”.

E, alla fine, lo ammetto, il desiderio che la questione del quadro si risolvesse non è nato per un moto di indulgenza o per scagionare Pat, ma per una terza via emotiva: volevo un riscatto per Matthew. Veder trionfare quel datore di lavoro così delicato, goffo e totalmente ignaro d’arte mi sembrava l’unico modo per rimettere ordine nel caos, regalando la giusta fetta di felicità a chi, tra tante bizzarrie, se la meritava davvero.

Riconosco che una parte del fascino che i personaggi disegnati da McCall Smith ha suscitato in me, riguarda il fatto che siano così radicalmente umani da spingerti ad amarli o, al contrario, a sviluppare nei loro confronti una sorta di avversione. Il motivo è perlopiù psicologico: ognuno di loro, a modo suo, frustra continuamente quel rassicurante bisogno di compiutezza a cui ci abitua una certa letteratura. Non esistono eroi del tutto buoni o villain del tutto cattivi a Scotland Street.

Questa stessa ambivalenza morale la si sperimenta anche nei confronti delle figure più tenere. Nel secondo libro, ad esempio, ci si ritrova a fare il tifo per la ribellione del piccolo Bertie nei confronti della madre, arrivando ad appoggiare le sue azioni anche quando compie gesti oggettivamente pericolosi, come scappare da scuola o ritrovarsi bloccato in mezzo a una strada super trafficata. Pur di vederlo emanciparsi da quell’asfissia, si è disposti a perdonargli qualunque azzardo.

L’espediente tecnico (per chi scrive)

Scrivere un romanzo corale a puntate (o una serie letteraria a capitoli brevi) richiede regole d’ingaggio completamente diverse rispetto alla narrativa tradizionale. Ecco tre lezioni tecniche che possiamo portarci a casa da 44 Scotland Street:

  • I dialoghi “digressivi” come motore immobile. Quando la trama verticale è intenzionalmente esile, il dialogo non ha una funzione puramente narrativa (far accadere cose), ma ha una funzione psicologica e caratterizzante. McCall Smith non usa il dialogo per far muovere i personaggi nello spazio, ma per farli muovere nel pensiero, infarcendo gli scambi di aneddoti, curiosità e nozioni. Sostituisce l’azione con l’arguzia (wit), dimostrando che un lettore può rimanere incollato alla pagina anche solo per scoprire cosa pensa un personaggio della semiotica davanti a una tazza di caffè.
  • La staffetta dei punti di vista  di vista (POV). In una serie lunga, non è necessario dare lo stesso spazio a tutti i personaggi fin dalle prime pagine. L’autore gestisce i protagonisti come i corridori di una staffetta: nel primo libro consolida Pat e Bruce, nel secondo passa il testimone a Bertie e Stuart. Questo mantiene fresca la narrazione ed evita il sovraffollamento psicologico.
  • L’esasperazione coerente contro il cliché.  Per rendere memorabile un personaggio in capitoli brevi, i suoi difetti devono essere accesi, quasi caricaturali. Il segreto tecnico sta nel mantenere questa esasperazione coerente e profondamente sfumata: togliendo la certezza matematica del “tutto buono” o “tutto cattivo”, si costringe il lettore a un’altalena emotiva costante, trasformando la lettura in un esercizio di osservazione umana incredibilmente attivo.

Informazioni sui libri

Titolo: 44 Scotland Steet
Autore: Alexander McCall Smith
Traduttore: Elisa Banfi
Editore: TEA
Pagine: 336
Serie: Le storie del 44 Scotland Street (8 libri)
Libro: 1

Acquistalo su Amazon.it

Titolo: Semiotica, pub e altri piaceri
Autore: Alexander McCall Smith
Traduttore: Elisa Banfi
Editore: TEA
Pagine: 391
Pagine: 336
Serie: Le storie del 44 Scotland Street (8 libri)
Libro: 2

Acquistalo su Amazon.it

Gli altri libri della serie “Le storie del 44 Scotland Street” in ordine:

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Tag: , Last modified: 3 Settembre 2026
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