L’atmosfera: il caos vitale della classe
Valentina Petri, nel suo Portami il diario, ci riporta tra i banchi delle superiori: un’esperienza che, al solo pensiero, evocherebbe in molti una posa da “Urlo di Munch”. Eppure, accompagnare l’autrice in questo viaggio non è solo piacevole, ma appagante. Per quanto possano essere passati venti o trent’anni dall’ultima volta che ci siamo seduti a un banco, è facile lasciarsi trascinare dal suo stile frizzante e tornare — anche solo per il tempo di un libro — a indossare i panni di quegli adolescenti un po’ imbranati e problematici che siamo stati, con la spavalderia tipica di chi, alla fine, è sopravvissuto.
Personalmente, ricordo ancora gli sguardi lanciati fuori dalla finestra e le ore trascorse a fingere interesse, mentre la mente si rifiutava di restare chiusa “dentro” e vagava ovunque, nell’altrove. Quel “dentro” che è, oggi come ieri, un’aula spesso troppo stretta, troppo calda o troppo fredda; il confine tracciato da una scuola i cui corridoi sanno essere o troppo chiassosi o troppo silenziosi. È facile, quindi, seguire l’autrice nelle sue avventure, percorrere al suo fianco quei corridoi ed entrare in classi sghembe ma adorabili. Ci si ritrova a sentirla urlare e a gioire con lei per ogni piccola vittoria, per ogni scintilla di speranza capace di rischiarare quel buio di senso che a volte — non solo da ragazzi, ma anche da adulti — offusca la visione della nostra vita.
In Portami il diario si respira un mix esplosivo di realismo e ironia che ci accompagna in una “trincea” quotidiana fatta, da un lato, di panini al tonno, pizzette, sguardi assenti e dita impegnate a “spippolare” sul telefono; dall’altro, di lezioni frontali, mappe concettuali, Lim recalcitranti e registri elettronici perennemente minacciati dall’assenza di connessione.
I personaggi: una fauna umana indimenticabile
La Prof (Valentina)
È il nostro filtro, una voce narrante memorabile. Attraverso il suo sguardo ironico, ma mai disilluso, osserviamo ragazzi e docenti prendere vita. Non è l’insegnante idealizzata da film americano; è una prof “umana”, come tante, che si fa amare proprio perché attraversa le sfide quotidiane senza mai smarrire la propria passione.
I ragazzi
Tropposbatti, Piallato, il Kalòs, Chioma di Fuoco… sono nomi che potrebbero sembrare etichette, ma che in realtà nascondono universi. Il cuore del libro risiede in quei tanti piccoli, alle volte, quasi invisibili momenti in cui i ragazzi decidono di “abbassare la guardia”. La loro evoluzione non è un cambiamento radicale o cinematografico, ma un aprirsi cauto, un atto di fiducia consapevole. Questi soprannomi ricordano quelli usati dalla Atwood per i detenuti in Seme di strega: non servono a limitare l’individuo, ma a conferirgli una dignità nuova, distinguendolo nella sua intrinseca unicità.
La classe come organismo
Ogni classe è un mondo a sé, con le proprie leggi e gerarchie. C’è la terza meccanici, ribattezzata Gangsta Paradise; c’è la quarta moda, la classe delle “fanciulle”, e infine la quinta, che non ha bisogno di ulteriori definizioni perché è colei che vira dritta, con un misto di ansia e spavalderia, verso il diploma.
La “chicca”: l’alta letteratura del “Gangsta Paradise”
Ho apprezzato molto il cambio di registro costante: l’autrice riesce a passare dal gergo immediato e “sporco” degli studenti a incursioni nell’alta letteratura senza mai smarrire quella leggerezza che è il marchio di fabbrica del romanzo.
Anche le emozioni più fragili, come la timidezza o le delusioni amorose, vengono trattate con un tatto raro, senza mai scadere nel banale. La storia d’amore tra il Kalos e Chioma di Fuoco ne è un esempio impagabile: uno di quei “non lieto fine” che si apprezzano più di una vittoria scontata. Non c’è inganno in queste pagine, ma una lezione preziosa: nella vita, anche quando le cose non vanno come vorremmo, restiamo noi i comandanti della nostra nave. Siamo noi a decidere la rotta finale, nonostante le tempeste del cuore o un brutto voto in pagella.
L’espediente tecnico (per chi scrive)
Dal punto di vista della scrittura, Portami il diario è un manuale su come gestire la narrativa episodica:
- Il ritmo del post. La struttura richiama la genesi web dell’autrice. Ogni capitolo è un’unità narrativa conchiusa, quasi una “pillola” cinematografica con un conflitto immediato e una chiusa spesso fulminante.
- Lo “show, don’t tell” dei soprannomi. L’autrice non spiega la psicologia dei ragazzi con lunghi soliloqui, ma la mostra attraverso l’azione e il nome che li definisce. Ad esempio, Piallato non è “timido”, Piallato è colui che si stende sul banco per scomparire. È un’economia di parole che rende la lettura immediata.
- L’equilibro del tono. La sfida tecnica vinta è il mantenimento del tono, nonostante il cambio di registro. Passare dal panino al tonno alla “meraviglia inaspettata” senza risultare stucchevoli richiede una grande sensibilità stilistica e un uso sapiente dell’ironia come contrappeso al lirismo.
Informazioni sul libro

Titolo: Portami il diario
Autore: Valentina Petri
Editore: Rizzoli
Pagine: 420
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Autore: Valentina Petri
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Pagine: 19
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