L’atmosfera
Semi di Strega di Margaret Atwood è, letteralmente, un romanzo che getta semi. Il seme della vendetta e quello della rivalsa; il seme della rinascita e quello della liberazione.
L’autrice reinterpreta La Tempesta di Shakespeare ambientandola in un carcere maschile e nella vita del suo regista, Felix. È lui ad accompagnarci in questo viaggio che inizia con una caduta negli abissi. Felix è già stato segnato da due perdite che sono voragini: la morte della moglie e quella della figlioletta di appena tre anni, Miranda. A Felix non resta che il teatro, ed è proprio il suo braccio destro, Tony, a sottrarglielo nel più subdolo dei modi: approfitta della fiducia accordatagli e lo pugnala alle spalle.
Vediamo Felix scortato fuori dal suo teatro come un elemento estraneo, un disturbo. Espulso proprio mentre stava per mettere in scena l’opera con cui sperava di “redimere” la figlia dalla sua morte prematura. Lo seguiamo mentre si ritira in una catapecchia ridotta all’osso: un luogo che è l’esatto opposto del barocco mondo teatrale a cui era abituato. In questo isolamento, che dura dieci anni, Felix non è solo: vive con il fantasma di sua figlia, la vede crescere tra le ombre, si aggrappa all’immaginazione per sopravvivere. La sua, però, non è follia: Felix si mantiene lucido e, proprio aggrappandosi al ricordo di Miranda, riesce a non soccombere.
Dalla prigione mentale alla prigione reale
Il ritorno al mondo avviene nel luogo più improbabile: un carcere. Qui, attraverso un programma di alfabetizzazione teatrale, Felix trasforma i detenuti in attori. Semi di Strega è un romanzo fatto di prigioni, interiori ed esterne. C’è la vita di Felix, diventata una cella inospitale (ben rappresentata dalla casa che cade a pezzi come sta cadendo lui), e c’è la prigione reale: il luogo dove, paradossalmente, ritrova il contatto con il mondo.
Con i detenuti si instaura un proficuo rapporto maestro-allievo. Grazie a un metodo ingegnoso, Felix riesce a far appassionare uomini dalle inclinazioni pragmatiche al teatro shakespeariano. Nonostante i temi duri, non ci si sente mai soffocare: il ritmo è incalzante, lo stile brillante e divertente, arricchito da tratti lirici.
L’espediente delle “parolacce shakespeariane” ne è l’esempio perfetto: Felix aggancia i detenuti sul loro terreno (il linguaggio violento) ma li obbliga a usare termini vetusti. La rabbia resta, ma viene nobilitata dalla parola poetica. Inoltre, attraverso il lavoro di squadra, Felix smantella il concetto di homo homini lupus, portando i detenuti in uno spazio dove aiutare ed essere aiutati non è più debolezza, ma una strategia di elevazione collettiva
La vendetta come teatro immersivo
Mentre Felix prepara La Tempesta, il lettore viene trascinato nei preparativi di quella che è, a tutti gli effetti, una vendetta “interattiva”.
I detenuti
La Atwood dona un’anima a ogni detenuto, caratterizzandoli con ironia ed eleganza attraverso soprannomi e sfumature umane. Sono uomini, non santi, ma è impossibile non provare simpatia per le loro debolezze e non parteggiare per il piano di Felix.
I cattivi
I “cattivi” in quest’opera sono davvero tali: hanno ben poco di buono che possa salvarli (persino da loro stessi). Nessuno di loro indossa una divisa da carcerato, ma completi su misura e sorrisi da copertina. In Semi di Strega i veri cattivi le prigioni le creano (per gli altri), non le abitano. Almeno all’inizio.
Anne-Marie & Miranda
Impossibile non citare Anne-Marie, la ballerina che interpreta Miranda. Vera forza della natura, sa farsi rispettare in un ambiente ruvido e maschile grazie a un carisma indomabile. Per lei speriamo in un riscatto che vada oltre il sipario: un lieto fine autentico, con un Ferdinand tutto suo con cui poter condividere la “vita vera”.
Infine, c’è Miranda. Lei aleggia in tutta l’opera; è una presenza che parla di prigionia, ma anche di leggerezza e, infine, di liberazione.
E… mi fermo qui, perché se deciderete di leggere questo libro, meritate di godervi il finale così come ho fatto io. Vi lascio solo un’ultima frase, che Miranda stessa sussurra al vento e che rappresenta il tema che percorre tutto il romanzo:
Più raramente ci si risolve al perdono che non alla vendetta.
Semi di Strega di Margaret Atwood
L’espediente tecnico (per chi scrive)
Per chi ama osservare l’architettura di un romanzo, Semi di Strega è una lezione di stile. Margaret Atwood sceglie di aprire in medias res: veniamo proiettati nel momento di massima tensione per Felix, mentre si prepara a mettere in scena la sua opera di “teatro interattivo” per reclamare, finalmente, una vendetta attesa oltre dieci anni.
Entriamo nel romanzo quando il carico emotivo del protagonista è all’apice: la resa dei conti sta per compiersi. La Atwood non lo spiega esplicitamente, ma semina un’immagine che il lettore si porterà dietro per tutta la narrazione, finché, in un’epifania finale, ogni pezzo del puzzle tornerà al suo posto. Questa è la forza del seminato narrativo: l’autrice pianta un’emozione nel primo capitolo e la lascia germogliare silenziosamente, trasformando la semplice curiosità in una necessità di scoprire la verità.
Tecnica narrativa: Il punto di vista “oscillante”
Oltre all’inizio in medias res, la Atwood utilizza il punto di vista di terza persona limitata. Sebbene il narratore sia esterno, resta “incollato” alla mente di Felix.
Perché è una scelta tecnica vincente in Semi di Strega?
- Ironia drammatica: questa tecnica permette al lettore di percepire lo scollamento tra la realtà cruda del carcere e la visione grandiosa (e a tratti ossessiva) di Felix, creando quell’ironia sottile che rende la lettura acutamente brillante.
- L’ambiguità del fantasma: rimanendo stretti al personaggio di Felix, la Atwood ci permette di vedere Miranda esattamente come la vede lui. Così non sappiamo se si tratti di un’allucinazione o di un ricordo vivido; siamo costretti a vivere la sua stessa incertezza emotiva.
Informazioni sul libro
Titolo: Semi di strega
Autore: Margaret Atwood
Editore: BUR
Pagine: 319
