Scritto da Imbrattacarte L'Imbrattacarte Tm

Lo sforzo dell’immaginazione: perché il cervello preferisce guardare anziché leggere

Perché dopo una giornata intensa il telecomando sembra pesare meno di un libro? Esploriamo la battaglia invisibile tra il risparmio energetico del nostro cervello e la ricchezza profonda della lettura, per scoprire che la fatica di immaginare è il nostro miglior investimento emotivo.

Articolo scritto da Lara Marzo

L’illusione del tempo mancante: quando la stanchezza sceglie per noi

Tra chi si definisce “lettore” capita di incontrare una resistenza alla lettura socialmente riconosciuta e accettata. “Vorrei tanto leggere” diciamo “ma mi manca il tempo”. Il tempo scarseggia e si preferisce dedicare ad altro.
La sera, quando tutto si quieta, si lancia spesso un’occhiata veloce al libro rimasto sul comodino, prima di sprofondare nel divano, telecomando in mano, con l’ultima serie TV – o l’ultimo film uscito sul grande schermo – già in testa. Diciamo che ci manca il tempo quando, più onestamente, dovremmo dire che ci manca l’energia.

È questo il deterrente più grande che incontra sia chi ama i libri sia chi li ha sempre vissuti come qualcosa di ingombrante e noioso: leggere è un’attività dispendiosa. Ci obbliga al silenzio, alla meditazione. Ci chiede concentrazione e immaginazione. Insomma, mentre leggiamo non possiamo pensare ad altro o perdiamo il filo. Mentre leggiamo dobbiamo essere presenti, la nostra mente si deve quietare. Ma una mente che non sembra più in grado di farlo; una mente che ha bisogno di emozioni immediate per provare piacere, che non sa attendere per creare… è una mente che, alla fine, preferisce guardare. E noi con lei.

Leggere richiede energia, quindi, ci chiede uno sforzo perché ha in serbo per noi un dono: la conquista di un’emozione. Il cinema, invece, le emozioni ce le regala e di per sé non è affatto un male, al contrario. Sono entrambi doni, solo che uno lo amiamo a prescindere, l’altro… spesso lo rifiutiamo gentilmente perché “non ci piace” o, peggio ancora “non abbiamo tempo”.

Ma cosa non ci piace? Per cosa non abbiamo davvero tempo? Scopriamolo insieme.

Non è pigrizia, è economia neuronale: la teoria del carico cognitivo

Cosa differenzia sostanzialmente il leggere una storia (o ascoltarla) dal guardarla sullo schermo?
In poche parole? Il differente sforzo (il carico) cognitivo che ci richiedono.

Leggere è un atto di co-creazione attiva, guardare è un atto di fruizione passiva.

Leggere è una attività ad alto rendimento e alto costo, guardare è un’attività ad alto rendimento e basso costo.
Mentre leggiamo stiamo costruendo noi stessi i binari su cui avanza il treno; mentre guardiamo siamo comodamente seduti su una carrozza di prima classe e non dobbiamo far altro che lasciarci condurre, osservando il panorama dal finestrino

Ma cosa sarebbe questo fantomatico carico cognitivo [per approfondire], responsabile delle nostre decisioni quotidiane?

Il carico cognitivo è la quantità di sforzo che la nostra memoria deve compiere per elaborare le informazioni.

Se quando guardiamo un film, il processo è prevalentemente “top-down” (le immagini, i colori e i suoni arrivano già pronti), quando leggiamo seguiamo un percorso “bottom-up” più tortuoso:

  1. Decodifica: gli occhi devono scansionare simboli astratti (le lettere) e trasformarli in suoni.
  2. Sintesi: quei suoni devono essere assemblati in significati.
  3. Rendering: qui arriva lo sforzo maggiore. Il cervello deve “costruire” visivamente la scena. Se l’autore scrive che una stanza è “soffocante e satura di polvere”, noi dobbiamo ripescare tali sensazioni dentro di noi e proiettarle sullo schermo della nostra mente.

Fondamentalmente il nostro cervello è un organo “economico”: cerca di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo. Ecco spiegato perché, spesso, dopo una lunga giornata di lavoro, decisioni e stress, scegliamo di “rilassarci” davanti a uno schermo (che sia quello della TV o del telefono).

Lo sapevi? L’occhio della mente:
quando l’immaginazione resta al buio 

Mentre per molti leggere significa “vedere un film nella testa”, esiste una fetta di popolazione (circa il 2-5%) che vive in una condizione chiamata Afantasia. Per queste persone, l’occhio della mente è cieco: se leggono la descrizione di un “tramonto rosso sul mare”, non visualizzano alcuna immagine, ma elaborano solo il concetto logico e semantico.
Per chi soffre di afantasia, la lettura è uno sforzo cognitivo doppio: non essendoci un “rendering” automatico delle immagini, il libro rimane un insieme di dati astratti. In questo caso, il cinema non è solo una scelta di comodo, ma un supporto essenziale: lo schermo fornisce quelle immagini che il loro cervello non riesce a generare spontaneamente, permettendo finalmente all’emozione di fluire senza l’ostacolo della visualizzazione mancante.

Immagine di Adrian Swancar

Il fattore tempo: perché l’immagine vince sulla parola (in millisecondi)

Spesso è un problema di concentrazione sia in chi vorrebbe leggere, ma adduce la scusa del tempo per non farlo, sia in chi non riesce ad apprezzare la lettura come svago.
Sorvolando sul fatto che ciascuno possa prediligere attività e passioni diverse, la mancanza di concentrazione è diventato il demone del nostro tempo.

Si predilige l’immediatezza, la velocità. Le lettura per sua natura è lenta, seppur anche per essa si sia messo a punto un “rimedio” con tecniche che tentano di velocizzarla. L’assunto di base – forse un po’ delirante? – è che “se il tempo corre, allora noi dobbiamo correre più veloce di lui”.
Si celebra questo passo accelerato, come se ne potessimo diventare padroni, quando a tutti gli effetti ne siamo divenuti schiavi. Perché oggi, se il nostro ritmo è più lento – potremmo definirlo cadenzato – lo percepiamo quasi come un’anomalia, qualcosa di disturbante.

Vogliamo tutto e subito e nella lettura non possiamo averlo. Leggere ci richiede di sviluppare una “tolleranza all’attesa”. Guardare, al contrario, ci accorda una gratificazione dopaminergica immediata.
Il tempo, come vedete, è uno dei fattori cruciali, anche se è non il solo.

Le immagini di un film arrivano dritte al nostro sistema limbico — il cuore emotivo del cervello — in pochi millisecondi. Non dobbiamo “capire” che un personaggio è terrorizzato: lo vediamo, lo sentiamo nella colonna sonora, lo percepiamo nei colori cupi. Ecco perché ci ricompensa con un’istantanea scarica di dopamina.

Al contrario, la lettura deve passare per la “dogana” della corteccia prefrontale. È un processo che richiede, appunto, una tolleranza dell’attesa. Dobbiamo aspettare che la frase finisca, che il paragrafo si concluda, che la nostra mente di lettori “monti” la scena. È un piacere che non arriva subito, ma che conquistiamo riga dopo riga.

Quando guardiamo un film o una serie TV deleghiamo il lavoro che dovremmo fare noi a livello immaginativo al regista, agli attori, a chi monta le scene, a chi sceglie i costumi e le musiche, a chi allestisce gli ambienti; quando leggiamo, invece siamo noi a dover compiere ogni scelta creativa. Se l’autore scrive che un personaggio è “inquieto”, il cinema ce lo mostra con un tic, un’ombra sul volto o una musica dissonante; in un romanzo, siamo noi a dover evocare quella sensazione, attingendo al nostro archivio personale di esperienze e ricordi (e questo richiede elasticità della memoria, ovvero una grande capacità di connettere informazioni distanti nel tempo).

Quando non riusciamo a concentrarci nella lettura, quindi, siamo vittime di un sistema che si è abituato a stimoli che non richiedono attesa. Il “non riesco a concentrarmi” è il segnale di un cervello che sta cercando una scarica di dopamina veloce e fatica a scalare la marcia per passare alla modalità lenta e profonda della lettura.

Oltre la superficie: la lettura
come ancora nella modernità liquida 

Siamo immersi in quella che Zygmunt Bauman definirebbe una “modernità liquida”, dove tutto muta rapidamente e nulla è progettato per durare. In questa fluidità, anche la nostra attenzione è diventata frammentata: siamo abituati a consumare contenuti che scivolano via senza lasciare traccia, proprio come l’acqua.
Il libro, in una società veloce, viene percepito come un impegno “monogamo” e lungo, mentre la serie TV permette il binge-watching (bulimia d’immagini) o la visione frammentata.

Ecco perché il cinema e i social si adattano perfettamente a questo scorrere, offrendoci stimoli che non richiedono radici. La lettura, al contrario, è un atto di resistenza solida: ci chiede di fermarci, di piantare i piedi e di accettare un ritmo che non è quello frenetico del mondo esterno, ma quello profondo del nostro pensiero.

Corrodere il piacere della lettura a favore dell’intrattenimento immediato comporta un rischio: la perdita della capacità di immersione profonda (teoria di Maryanne Wolf [per approfondire]), una capacità che ci permette di attivare processi intellettuali complessi come il pensiero critico, l’inferenza, l’analisi, la riflessione personale e l’empatia.

Immagine di Ben Grant

L’emozione “iniettata”: il potere del volto umano

C’è però un altro alleato segreto del cinema: l’impatto del volto umano. Quando vediamo un attore piangere, si attivano i nostri neuroni specchio e lo fanno in modo più violento e istantaneo rispetto alla descrizione di un pianto. Non dobbiamo “capire” che soffre; il nostro cervello rettiliano sente la sua sofferenza come se fosse la nostra. È un cortocircuito emotivo che colpisce il sistema limbico in millisecondi, bypassando ogni filtro razionale.
Il cinema sfrutta questo cortocircuito: vedere un volto contratto dalla paura attiva in noi una risposta speculare istantanea. È un’emozione “iniettata” direttamente sottopelle tramite il linguaggio non verbale e la musica.

La lettura, invece, ci chiede di coltivare quell’emozione. Se l’autore scrive “pianse”, dobbiamo essere noi a evocare il sapore delle lacrime. È un processo più lungo, meno violento nell’immediato, ma che proprio per questo lascia una traccia più profonda: perché quella tristezza l’abbiamo fabbricata noi, dall’interno.

In sintesi, il cinema ci offre un pacchetto sensoriale completo:

  • Il tono della voce: che trasmette sarcasmo, paura o amore in un istante.
  • La musica: che prepara biochimicamente il nostro stato d’animo prima ancora che accada qualcosa.
  • Lo sguardo: che comunica intenzioni complesse senza bisogno di una singola parola.

Tutto questo ci permette di sentire senza dover interpretare.

Il valore della fatica: perché continuiamo a leggere?

Eppure c’è chi non si arrende, chi persevera. Chi, ad un certo punto, mette da parte il telecomando e si ritrova con un libro tra le mani. È un miracolo? Una follia? Dopo quello che abbiamo scoperto, verrebbe da chiedersi:

Se leggere è così difficile, se richiede un tale dispendio di energia, perché dovrei farlo?

Ecco il perché: il segreto sta nella ricompensa che ci accorda.

  1. Se leggi alleni l’empatia: la lettura è un simulatore di volo per la vita. Le ricerche suggeriscono che la lettura possieda le stesse caratteristiche di un vero e proprio simulatore di volo delle emozioni [per approfondire]. Poiché siamo noi a dover costruire l’immagine mentale del dolore o della gioia di un personaggio attingendo ai nostri ricordi, quel personaggio diventa parte di noi. Lo sforzo di “abitare” la mente di un altro potenzia la nostra capacità di provare empatia e comprendere gli altri nella realtà, molto più di quanto faccia un’emozione “iniettata” passivamente.
  2. Se leggi possiedi la storia: ciò che costruisci è tuo. C’è una differenza profonda tra ricevere un regalo e costruire qualcosa con le proprie mani. Quello che guardiamo sullo schermo spesso svanisce appena si accendono le luci in sala o finiscono i titoli di coda. Quello che abbiamo faticato a montare nella nostra testa, riga dopo riga, ci appartiene per sempre. La memoria di un libro è più solida perché le sue fondamenta sono la nostra immaginazione.
  3. Se leggi riprendi il controllo del tuo tempo interiore. In un film, il tempo è dettato dal montaggio: se una scena è troppo veloce o troppo lenta, non hai potere. Nella lettura, tu sei il padrone del tempo. Puoi rallentare su una frase che ti ha colpito, tornare indietro, chiudere il libro per riflettere. Questa “fatica di restare sul pezzo” ci regala uno spazio di libertà e di autonomia che il flusso inarrestabile delle immagini ci nega.

Leggere vs guardare:  una guerra o un compromesso?

Si può accettare la fatica della lettura e l’immediatezza del cinema, basta essere consapevoli che stiamo accettando due doni diversi. Ma si tratta pur sempre di doni. Sono arti che ci nutrono in modo diverso.
Possiamo affidarci al cinema quando abbiamo bisogno di una coccola immediata; scegliere la lettura quando non abbiamo bisogno di “staccare da noi stessi”, ma di riconnetterci.

La prossima volta che guarderete quel libro abbandonato sul comodino con una punta di colpa, ricordate: non vi manca il tempo, state solo valutando un investimento. E qualunque decisione prenderete – se leggere o guardare – andrà bene, perché, alla resa dei conti, l’importante è che possiate sempre scegliare una storia che sia bella per voi.

Immagine di Teslariu Mihai


Immagine in anteprima di Jonathan Bottoms

Condividi l’articolo se ti è piaciuto
Tag: , Last modified: 3 Maggio 2026