Come può la fine di una storia condizionare il nostro benessere? Neuroscienze e psicologia svelano come il “lieto fine” risponde al bisogno ancestrale di vivere in un mondo che sia, a un qualche livello, percepito come “giusto”.
Articolo scritto da Lara Marzo
Il patto silenzioso: perché un libro è come un primo appuntamento
Vi siete mai ritrovati a leggere le ultime righe di un romanzo e a pensare con stizza: «No! È davvero finito così? Non è possibile! Ma che cavolo!»?
A me è successo e, un attimo dopo aver richiuso il libro, mi sono scoperta… arrabbiata.
In un certo senso era come se fossi stata tradita perché, inconsciamente, avevo stretto un patto nello scegliere proprio quel libro (un po’ come facciamo quando conosciamo una persona e dobbiamo decidere se accordargli o meno la nostra fiducia); era come se, prima di avventurarmi nella storia, avessi avanzato una implicita richiesta: «Ok, io ti concedo un po’ del mio tempo, ma tu sii gentile, non deludermi».
Certo, si tratta di una lettura emotiva che però, spesso, finisce per determinare il giudizio finale che attribuiamo a un libro. Per quanto oggettivi vorremmo essere, e basare il nostro giudizio solo su questioni di stile, di trama o di ritmo, la realtà è che il grado di soddisfazione con cui ci congediamo dal romanzo assume inevitabilmente un peso cruciale. È la risposta “di pancia” che diamo alla domanda “Ti è piaciuto?”, ed è una risposta necessariamente soggettiva.
Se il nostro palato letterario è più “fine”, è probabile che ogni aspetto (stile, trama, ritmo, epilogo) concorra, ciascuno in misura variabile, a definire il verdetto finale ma, come in ogni buona partita, gli ultimi minuti possono essere fatali: un’ascesa definitiva all’Olimpo o la scure di un boia che, inesorabile, si abbatte sul romanzo e lo decapita.
Di solito, ci aspettiamo che un romanzo finisca “bene”, ossia ci dia soddisfazione del tempo che abbiamo speso nel leggerlo, che soddisfi le nostre aspettative e ci risollevi lo spirito. Vogliamo poter dire: «Cavolo, sì, ne è falsa la pena!», prima di rituffarci nella nostra vita, più o meno confortevole, più o meno appagante.
Se in un romance i due protagonisti restano separati dal destino; se in un giallo l’assassino rimane avvolto nel mistero; se in un fantasy l’eroe viene sconfitto e il mondo affonda nel tormento, senza alcuna speranza di redenzione… difficile non accusare il libro di alto tradimento. Ma possiamo davvero applicare lo stesso metro di giudizio a tutti i romanzi? Chiaro che no, eppure, spesso desideriamo, anche in modo prepotente, un “lieto fine”, come se fosse il nostro lieto fine, come se fossimo proprio noi a meritarcelo, non solo il protagonista.
Ma perché accade? E perché un epilogo “insoddisfacente” è capace di scatenare emozioni così forti come la rabbia e la delusione, innescate dalla percezione di un tradimento?
Per scoprirlo scomodiamo le neuroscienze, la psicologia e la sociologia.
Neuroscienze: cosa succede al cervello quando leggiamo
Cerchiamo gratificazione e fisicamente la troviamo quando, leggendo una storia, viviamo sia la fase acuta del cortisolo (lo stress che ci provoca una situazione di conflitto in cui siamo in allerta e pronti al peggio) sia la fase “di rilascio” con il suo bagno di ossitocina e dopamina (nell’antica Grecia, Aristotele la chiamava “catarsi”, ovvero la liberazione dalle passioni attraverso il punto più alto toccato dalla tragedia e dalla sua risoluzione). Si tratta di una vera e proprio sensazione di benessere determinata dalla presenza di un epilogo felice, in cui tutti i pezzi (come in un puzzle) trovano, infine, la loro “giusta” collocazione.
Al contrario, senza un lieto fine il nostro cervello rimane in uno stato di “allerta”. E qui si innesca quella sorda rabbia per un finale che non riteniamo “giusto” perché ci aspettavamo ben altro. Un po’ come quando otteniamo un risultato mediocre nonostante gli sforzi che abbiamo fatto: in un certo senso, ci sentiamo come se fossimo stati trattati ingiustamente.

Psicologia e il bisogno di un “mondo giusto”: perché cerchiamo la meritocrazia narrativa
Vogliamo il lieto fine perché “ce lo meritiamo”. E perché dovremmo meritarcelo? Spesso perché ci identifichiamo con un protagonista che ha superato tutta una serie di prove e conflitti, ed è quindi “giusto” che ottenga il suo lieto fine (e noi con lui): questa necessità avvalla la nostra propensione a vedere il mondo come “giusto” ovvero, come ha teorizzato lo psicologo Melvin Lerner, un mondo in cui vince il bene e il male viene punito. Questo anche perché, a livello fisico – come ci hanno spiegato le neuroscienze – la risoluzione di un conflitto riduce l’ansia e promuove un senso di benessere, ci fa “sentire al sicuro”.
Sociologia: la speranza come collante sociale
Qui scomodiamo un bisogno umano che ha addirittura origine nei miti (il famoso mito del vaso di Pandora): la speranza. Una storia che finisce bene ci fa stare bene e ci offre una visione positiva, non solo su di noi stessi ma anche sul mondo, attiva in noi la speranza. Ci fa sentire più propensi a fidarci, ad aprirci agli altri tant’è che, spesso, in tempi di crisi e incertezza collettiva si leggono più volentieri storie che ci “rassicurano” sul fatto che, alla fine, tutto andrà bene. È un’illusione di cui abbia bisogno per continuare a sentirci parte di una comunità e di un futuro condiviso.
Così spiegato potremmo giustificare il nostro bisogno, e la conseguente frustrazione generata da un mancato lieto fine, con il tentativo di compensare, attraverso la soddisfazione percepita in una “vita immaginata”, l’insoddisfazione latente in cui sguazziamo nella nostra “vita reale”.
Potremmo ritenerla una forma di risarcimento tardivo e per interposta persona (personaggio).
Quindi, non c’è nulla di male se pretendiamo un epilogo felice? Un trattamento che sia “giusto” per il nostro protagonista?
In apparenza no, se non fosse che il desiderio di vivere in un modo percepito come “giusto” reca in sé aspetti oscuri e che il nostro bisogno di un fine che sia “lieto” rischia di mettere tali aspetti in secondo piano e farceli sottovalutare.
Il lato oscuro del lieto fine: quando la giustizia diventa una trappola
Provo a spiegarlo con un esempio: quante volte, dopo essere inciampati per strada, ci siamo sentiti dire (o ci siamo detti noi stessi): «Guarda dove metti i piedi!»?
È una nostra responsabilità non cadere: questo è il messaggio che ci trasmette l’avvertimento e, sotto un certo punto di vista, possiamo anche concordare. Ma, nella nostra disattenzione, sarebbe ugualmente lecito attribuirci una colpa?
Allarghiamo la prospettiva: ci siamo nuovamente distratti e… ci hanno derubati, aggrediti, abbiamo perso qualcosa di importante per noi. Ne siamo co-resposabili? Forse. Ne siamo colpevoli? Lascio a voi la risposta.
Ma qual è il punto?
In sostanza, chi si muove all’interno della teoria di un mondo giusto divide cose, persone e situazioni buone e cattive, e si basa sull’assunto che sono le nostre azioni a determinare il nostro successo ragion per cui… se ci capita qualcosa di “male” è un po’ colpa nostra. Se così non fosse, l’idea di un cosiddetto mondo intrinsecamente giusto finirebbe a gambe all’aria: se una persona buona, di sani principi e che si comporta bene potesse essere impunemente derubata, aggredita e perdere ogni cosa, non lo considereremmo affatto “giusto”, non vi pare? E, al contempo, come potremmo non sentirci impotenti in una realtà che gioca secondo regole tutte sue, prive di logica e senza un meccanismo chiaro di causa-effetto?
Ed è qui che entrano in gioco le storie perché è proprio a loro che chiediamo, prima ancora di iniziare a leggerle:
dimmi che, alla fine, andrà tutto bene e che, se mi comporterò bene, anche io avrò la mia fetta di torta e meglio mi comporterò più grossa sarà la fetta.
Del resto, non è proprio questo il messaggio che ci hanno trasmesso le fiabe che abbiamo letto, o che ci sono state lette, quando eravamo bambini?
La trappola del “se mi comporto bene, allora sarò ricompensato”
“Se mi comporto bene, allora sarò ricompensato” è il messaggio che passa in molte fiabe: il protagonista, un po’ ingenuo o sfortunato o semplicemente sprovveduto ma coraggioso, si ritrova ad affrontare un nemico che attenta alla sua felicità (vedi Cenerentola o Biancaneve); o un “viaggio” verso l’ignoto che mette alla prova coraggio e acume (vedi Hansel e Gretel o Pollicino); o le conseguenze di una decisione avventata che lui stesso, però, riesce a volgere da sfortuna in fortuna (vedi Jack e la pianta di fagioli).
Una storia, quindi, deve finire bene. Come diceva G.K Chesterton:
Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi.
Ecco il punto: chi si affida alla teoria del mondo giusto non può far finta che non ci siano circostanze sfavorevoli e persone “malvagie”, ma ha bisogno di credere di non esserne in balia: se lui/lei si comporterà bene, se farà tutto in modo “corretto”, allora, alla fine, avrà la sua ricompensa (e sposerà il principe/la principessa, sconfiggerà la strega o il drago e tornerà a casa da eroe).
È un bisogno molto umano, un bisogno che, però, se non teniamo gli occhi aperti, rischia di renderci ciechi a un mondo che resta di per sé ignoto. Chissà, forse una giustizia “più grande” esiste davvero, ma dovremmo allenarci ad ampliare il nostro sguardo, la nostra prospettiva, per imparare a scorgerla.
Alla resa dei conti, abbiamo quindi bisogno che le storie continuino a mostrarci, ancora e ancora, che i draghi possono essere sconfitti; che i principi e le principesse esistono; che, con il nostro ingegno e la gentilezza, riusciremo in ogni impresa e che, alla fine, trionfanti potremo tornare a casa.

L’inganno del “miracolo”: perché il successo deve essere sudato
Però, se vogliamo proprio dire tutta la verità, non è che un finale positivo sia di per sé soddisfacente.
Alle volte ci ritroviamo con un finale quasi scontato e, per questo, percepito come banale: un finale in cui tutto corre troppo veloce e il protagonista si ritrova tra le mani la sua ricompensa quasi per magia.
In quei casi, anche se l’aspettativa del lieto fine è soddisfatta, non lo siamo noi che forse non ci sentiamo traditi, ma truffati sì.
Ed ecco che, dopo un viaggio tutto sommato gradevole, inciampiamo proprio un attimo prima di terminarlo e tutto va in malora. Storciamo la bocca e alla domanda “Ti è piaciuto?” la risposta non può che essere un quasi disgustato “Mah”, il cui sottotesto è: mi era piaciuto finché io e il protagonista eravamo compagni di viaggio, poi lui se n’è andato per conto suo, senza alcuna spiegazione, e io… bè, sono rimasto indietro a chiedermi che cavolo fosse successo e dove fosse la mia ricompensa, la soddisfazione che anch’io avrei dovuto provare per tutte le sfide affrontate e superate.
Quando ci imbattiamo in un finale “troppo facile” è un po’ come se ci chiedessimo: sì, va bene, è stato un “buon” protagonista, ma ha davvero senso che finisca così? Che si becchi tutti gli onori… di punto in bianco, come per grazia divina?
E se ce lo chiediamo è perché, in fondo, abbiamo bisogno di sapere che il nostro comportamento è determinante: che quello che diciamo, pensiamo e facciamo sia importante, abbia un peso, che condizioni gli altri e le loro azioni nei nostri confronti.
Così per noi, così per il protagonista in cui ci siamo identificati: perché la sua fortuna è la nostra fortuna, le sue sfide sono le nostre sfide e la sua ricompensa diventa anche nostra, ma solo se sentiamo che è meritata, che non è “accidentale”.
Il motivo ce lo spiega la teoria dell’Autoefficacia di Albert Bandura [per approfondire] che parla di come impariamo attraverso l’esperienza vicaria, ovvero osservando gli altri (compresi i protagonisti delle storie): li usiamo come metro di paragone per calibrare le nostre azioni future sulla base del risultato che loro hanno ottenuto. Solo un successo “meritato”, non casuale, ci offre informazioni utili che potremmo mettere in pratica anche nella nostra vita.
Questo il motivo per cui i finali “scontati”, e dove le cose accadono quasi per miracolo, possono lasciarci con l’amaro in bocca: noi leggiamo anche per acquisire nuove competenze, per imparare dagli errori degli altri e apprendere soluzioni vincenti. E tali insegnamenti ci possono arrivare sia da persone reali che da personaggi inventati.
Emozioni e storie: perché ci affezioniamo a un personaggio come se fosse “reale”?
Eppure viene da domandarsi: perché dovrebbe importarmi così tanto della sorte di un personaggio che so non essere “reale”, ma inventato? Perché se il destino del protagonista rimane incompiuto, mi sento come se l’ingiustizia da lui subita, fosse accaduta a me?
Si tratta forse di un mero dato oggettivo: ho investito tempo nella lettura e se il libro mi delude, percepisco il mio tempo come perso?
Oppure subentra un fattore altrettanto importante, ma soggettivo? Ovvero che il nostro è un mondo sostanzialmente caotico e le storie ci offrono l’impareggiabile possibilità di fare esperienza di un mondo in cui, invece, l’ordine viene infine ripristinato, un mondo dove, dopotutto, piacerebbe vivere anche a noi.
È questo il “vero” epilogo che ci aspettiamo: un mondo in cui il nostro senso di giustizia trovi appagamento perché, in caso contrario, sarebbe la nostra stessa salute mentale a essere messa in pericolo. Come teorizzato da Aaron Antonovsky nella sua teoria del senso di coerenza (SOC) [per approfondire], infatti, la salute mentale umana è strettamente legata alla capacità di percepire un mondo che sia intrinsecamente comprensibile, gestibile e significativo.
Una volta instaurata una connessione con la storia e il suo protagonista, inoltre, siamo naturalmente portati a identificarci con lui/lei perché il nostro cervello non è in grado di distinguere nettamente tra un’ingiustizia subita da noi e una subita da un personaggio con cui siamo in risonanza empatica (teoria dei neuroni specchio) [per approfondire]. Ecco perché se l’ordine non viene ripristinato, alla fine della storia, la nostra mente percepisce una minaccia diretta alla propria stabilità interna.
In una società caotica, la pagina scritta è l’unico posto dove l’ordine viene davvero ripristinato.
Il potere dell’incompiuto: quando il finale aperto ci tiene svegli
Se il lieto fine ci rassicura sull’esistenza di un mondo che sia giusto e alla nostra portata, il finale che rimane aperto o, peggio ancora, che si conclude in tragedia, attiva in noi una diversa risposta emotiva e comportamentale.
Secondo l’Effetto Zeigarnik [per approfondire], il nostro cervello tende a ricordare molto più vividamente i compiti interrotti rispetto a quelli portati a termine. Ecco, quindi, perché se una storia rimane “aperta” subito ci attiviamo per elaborare noi stessi soluzioni, inventare possibili finali alternativi o ancora, in certi casi, il nostro bisogno insoddisfatto si traduce in domande sulla vita e sulle scelte che possiamo compiere. Il finale che non finisce, insomma, serve per aprire nuove porte, pungolarci e spingerci in terre ignote, ad affrontare noi stessi il Viaggio dell’Eroe.

La “Farmacia” dei generi: perché ogni storia è una cura specifica
Finora ho generalizzato molto perché, è ovvio, non tutti cerchiamo la stessa cosa quando leggiamo una storia. E non tutti aspiriamo a una stessa tipologia di lieto fine. Le storie che leggiamo, infatti, dicono molto sui bisogni di cui cerchiamo soddisfazione, proprio privilegiando un certo genere letterario piuttosto che un altro.
Ad esempio: quale bisogno soddisfo se prediligo gialli o thriller, generi che mi permettono di immergermi in una storia ricca di colpi di scena o di dettagli a cui prestare attenzione e che, invariabilmente, finiscono nella risoluzione di un conflitto/delitto?
E cosa spiega l’emerge di nuovi generi come il cozy crime che risponde al bisogno di compensare la tensione di un delitto con storie più leggere, ambientate in luoghi piacevoli e rassicuranti?
O ancora, se amo i romance (i cugini più trendy dei vecchi “romanzi rosa”) cosa dice questo di me? Cosa cerco in questa tipologia di storia? Il grande amore… e basta?
E i fantasy? I romanzi storici? E quelli di formazione? E se leggo romanzi per bambini o per ragazzi anche se sono adulto? O viceversa: se sono un adolescente eppure mi sono appassionato come mai avrei creduto possibile ai romanzi di Virginia Woolf o di Italo Calvino o di Raymond Carver?
Insomma, perché amiamo quello che amiamo in una storia? Perché ce ne sentiamo attratti e come troviamo soddisfazione, alla fine di una lettura, nel mantenimento del patto implicito che abbiamo stipulato con il libro?
In senso più generale, quando ci immergiamo in un libro o in un film, non siamo solo fruitori passivi, ma cerchiamo di soddisfare bisogni specifici come l’evasione, l’integrazione sociale o la costruzione della nostra identità, secondo anche quanto afferma la teoria degli usi e gratificazioni [per approfondire]:
noi “usiamo” una storia perché ci permette di soddisfare bisogni per noi essenziali.
Ecco perché potremmo definire ogni genere letterario una sorta di terapia specifica:
- ami i gialli? Allora forse stai curando il tuo bisogno di giustizia e verità in un modo di ombre;
- prediligi i fantasy? Allora forse stai cercando un modo per riprenderti il tuo senso di potere contro forze che in apparenza sembrano insormontabili;
- adori i romance? Bè, forse non sei solo un inguaribile romantico, ma stai curando quella parte di te delusa dalle relazioni e tenti di recuperare la fiducia nell’altro in un’epoca che sembra invece privilegiare l’individualismo.
Insomma, non leggiamo solo per evadere dalla realtà, e non tutti siamo attirati dalla stessa tipologia di “lieto fine”, al contrario: c’è qualcosa dentro di noi che cerca soddisfazione e riparazione in modo molto specifico. E come le trova?
Proverò ad esplorarlo nel prossimo articolo: L’Architettura dei bisogni: perché ogni genere ci cura in modo diverso.
Bibliografia (fonti consultate)
Just world hyphothesis – The Decision Lab – In inglese
The just world theory – Santa Clara University – In inglese
Happiness it’s all about the ending – Psychology Today – In inglese
Your Brain Prefers Happy Endings – Chibe.upenn.edu – In inglese
3 Things That Give Life Meaning – Psychology Today – In inglese
Story Power: The Psychology of Story – Dr. Pamela Rutledge – In inglese
Immagine in anteprima di Christin Hume