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Psicologia della lettura: sei un cercatore di certezze o un esploratore di storie?

Preferisci la mappa sicura di un saggio o l’ignoto di un grande romanzo? Scopri cosa rivelano le tue scelte di lettura e perché abbiamo bisogno di entrambi i generi per abitare pienamente noi stessi.

Articolo scritto da Lara Marzo

Il pregiudizio dello scaffale accanto

Saggi vs romanzi: è davvero una battaglia epocale? C’è chi ama entrambi e non ne fa mistero, ma c’è chi, al contrario, si schiera ora esaltando le virtù degli uni ora criticando le supposte manchevolezze e distorsioni degli altri.
Un esempio?

Chi predilige i saggi spesso considera i romanzi una perdita di tempo, ne soffre l’ambiguità e la mancanza di rigore; chi li difende, al contrario, trova i saggi aridi, privi di anima, troppo ancorati a un’unica visione della realtà e incapaci di “elevare lo spirito umano”.

Se a voi piacciono entrambi, significa che il vostro orizzonte è ampio, ma se all’idea di immergervi nel fantasioso mondo di un romanzo provate irritazione o se la prospettiva di affondare nel realismo di un saggio vi avvilisce, allora potrebbe esserci qualcosa di interessante da esplorare nel modo in cui la vostra mente cerca sicurezza o si apre al rischio dell’incerto.

Saggi vs romanzi: quale bisogno sto soddisfacendo?

Cosa distingue un lettore di saggi da un lettore di romanzi? Una predisposizione psicologica di base.
In parole povere: dimmi cosa prediligi e ti dirò chi sei? No, non esattamente, ma se, ad esempio, sentiamo una predilezione verso uno dei due generi (che sia costante o circoscritta nel tempo), potrebbe esserci utile sapere che:

Chi ama i saggi
  • È qualcuno che ha bisogno di ordine e lo cerca in un genere capace di offrirgli una mappa del mondo concreta e razionale basata su dati, tesi e conclusioni.
  • Nei saggi si rifuggono ambiguità e incertezza; si cerca di ottenere una risposta chiara e definita su uno specifico argomento. Quando questa propensione si irrigidisce, però, ci possiamo trovare di fronte a quello che in psicologia viene chiamato il “bisogno di chiusura cognitiva” (need for cognitive closure – NFC  [per approfondire) ovvero la necessità di ottenere una risposta definitiva e certa a una domanda. Si tratta di un irrigidimento che porta a formarsi opinioni che faticano a sostenere l’aspetto poliedrico della vita. 
  • Il saggio diventa una sorta di bussola per chi naviga in mare aperto: offre la possibilità di orientarsi in una realtà che spaventa per la sua immensità.
  • Il piacere di leggere un saggio è insito nella sensazione che proviamo all’idea di poter controllare un pezzo di realtà in quanto ci viene spiegato e ne deteniamo informazioni “oggettive” che potremo usare nella nostra vita per agire e pensare con maggiore chiarezza.

    Leggere un saggio, in poche parole, è un atto di controllo sul mondo.

    Chi ama i romanzi
    • Qui non si cerca il controllo, ma il suo opposto: l’abbandono. Chi ama i romanzi cerca l’immersione in un mondo “altro”. Accetta di essere preso per mano e condotto in un’altra realtà, in vite che non sono la sua, ma in cui può (in diversi gradi) immedesimarsi.
    • Nel leggere esercita il muscolo della fiducia. Il suo “abbandono” è una forma di coraggio cognitivo ovvero dimostra la sua capacità di stare nell’incerto senza fuggirlo.
    • Potremmo dire che chi ama i saggi “interroga” il mondo, mentre chi legge romanzi lo “ascolta”. Nel romanzo, infatti, la verità è sfumata, i personaggi che si incontrano assomigliano alle persone in quanto possono essere contraddittori e, per quanto speriamo in un lieto fine, finché non volteremo l’ultima pagina, non avremo la certezza di poterlo ottenere.

    Leggere un romanzo, quindi, è in sostanza un atto di abbandono nei confronti del mondo.

    Immagine di Maria Lupan

    Esiste poi anche chi, per “deformazione professionale”, è abituato a interrogare il mondo trasformando il piacere della lettura in un’attività quasi investigativa. Quindi che legga o meno i romanzi, si ritrova spesso di fronte allo scoglio di non poter fare a meno di analizzarli (personaggi, autori, trama) al fine di “risolvere” il presunto trauma che intravede nell’opera, un po’ come se tutti i romanzi fossero dei gialli dell’anima.

    Quando il libro diventa un caso clinico: la trappola dell’analisi

    Chi è più soggetto a trasformare un romanzo in un “giallo dell’anima”? Solitamente chi con con l’anima (o meglio con la psiche) ci lavora tutti i giorni (es. psicologi, medici o una certa tipologia di insegnanti ed educatori).
    Può capitare che si provi “avversione” nei confronti di un romanzo quando la propensione all’analisi, alla scoperta del “caso clinico” sia pervasiva (e purtroppo in questi casi anche le persone che ci circondano diventano una eterna “seduta di terapia”): si perde di vista l’individuo, per esaltare il “paziente” con il suo trauma. Invece di vivere la storia, si finisce per sottoporre autore e personaggi a una vera e propria “radiografia dell’anima”.

    In questi casi, dato che l’occhio analitico non si chiude mai, è difficile vivere il trasporto narrativo perché si viene ricondotti involontariamente a un ”setting clinico”:

    • Il personaggio viene letto come sintomo: il protagonista non è un eroe in cui immedesimarsi, ma una raccolta di nevrosi, traumi e proiezioni. L’empatia viene sostituita dalla diagnosi.
    • L’autore diventa il paziente: il romanzo smette di essere opera d’arte e diventa un’espressione della nevrosi dell’autore. Leggere diventa un’indagine nell’inconscio di chi scrive, rendendo la storia una mera espressione del “disagio” dell’autore al punto da banalizzare trama e finale.

    Per questa tipologia di lettore, il saggio diventa un rifugio, seppur asettico, perché libera dal setting terapeutico in cui invece il romanzo spinge il professionista a calarsi. Nel saggio si ritrova una sicurezza intellettuale che il caos emotivo della narrativa non può garantire.

    Capostipite di questa tendenza è stato il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, che per primo analizzava i romanzi che leggeva indagandoli da un punto di vista clinico e mettendo in atto quello che Theodor Reik avrebbe chiamato “ascolto con il terzo orecchio” [per approfondire] .
    In questi casi, una dote preziosa nel lavoro clinico, diventa una sorta di prigione perché impedisce di abbandonarsi a una storia, permettendosi di viverla come evasione o di sperimentarla come altra possibilità di vita e di risposta alle sue sfide.
    Del resto, non si può affermare che un’opera non possa anche rivelarsi un tentativo, da parte dell’autore, di elaborare se stesso e la propria storia (in modo più o meno conscio) e che, attraverso di essa, non si possa attivare un processo catartico (per sé e per i lettori che in quell’opera e nei suoi personaggi si riescono a identificare).

    Ridurre, però, un romanzo a un caso clinico lo amputa nella sua spinta creativa, riducendolo a mera autopsia di un cadavere. Non c’è alcuna voce da ascoltare, alcun incontro nella lettura; si mette in campo una sorta di identificazione proiettiva per cui proiettiamo sul testo le nostre griglie diagnostiche e lo facciamo per un motivo che ci riconduce alla predilezione per i saggi: vogliamo mantenere il controllo (e ci riusciamo solo così).

    Immagine di Siora Photography

    Come disattivare “il terzo occhio” clinico e godersi un romanzo

    È desiderabile farlo? Ci si potrebbe chiedere. Se si è scienziati (del corpo, della psiche o dell’anima) l’esperimento potrebbe intrigarci. Del resto nessuno di noi è in equilibrio se si posiziona a un qualunque “estremo”: l’equilibro risiede nel centro, nella possibilità di far coesistere in noi tendenze opposte.
    Così, per tornare a godersi l’immersione in un romanzo, può essere utile ricorrere a qualche piccolo stratagemma:

    Applicare la “Morte dell’Autore”: qui diventa utile applicare quanto consigliato da Roland Barthes [per approfondire], ovvero dimenticare chi ha scritto il libro. Lui suggeriva, infatti, che il senso di una storia non nasce nella mente di chi scrive, ma nel cuore di chi legge. Se si riesce a separare l’autore dalla storia, è possibile riappropriarsi del piacere di leggerla “come se fosse nostra”, ovvero un terreno nuovo e sconosciuto in cui per primi ci addentriamo come esploratori.

    Scegliere il “Realismo Magico” o il Fantasy: per chi tende a fare diagnosi, è utile allontanarsi dal realismo puro. Se diamo in pasto alla nostra mente un mondo che lo sfida, è più probabile riuscire ad arrendersi alla meraviglia, attivando quella che il poeta Samuel T. Coleridge chiamava “sospensione volontaria dell’incredulità” [per approfondire]: un patto di fiducia che ci permette di credere al mondo della storia (per quanto fuori dagli schemi possa essere), perlomeno per il tempo in cui ne siamo immersi. 

    Darsi un tempo di “decompressione”: prima di potersi immergere nella lettura di un libro, è necessario dismettere i panni del professionista, quindi concedersi attività che rilassano e svagano come ascoltare musica o concedersi una camminata. 

    Oltre la finzione: perché il romanzo è un “simulatore di realtà”

    C’è un altro aspetto che spesso chi ama i saggi critica nei romanzi: l’idea che questi ultimi non siano altro che un tentativo di “evasione”, mentre nei saggi risieda una qualche forma di “verità”.
    In parte potremmo considerarlo vero, ma solo se non teniamo conto di come il romanzo possa accompagnarci in una sorta di “simulazione di volo” emotiva.

    Leggere storie, infatti, come hanno dimostrato Raymond Mar e Keith Oatley [per approfondire], attiva gli stessi circuiti neurali che usiamo per navigare nelle relazioni reali.
    Quindi, mentre un saggio spiega, ad esempio, cos’è la resilienza o l’empatia attraverso dati e casi studio, il romanzo diventa il banco di prova per sperimentarle su noi stessi in un ambiente “protetto” (un po’ come se fossimo nello studio di uno psicologo).

    Parafrasando Aristotele, potremmo dire che la narrativa è “più filosofica della storia” perché non ci dice solo cosa è successo a una persona, ma cosa potrebbe succedere anche a noi.
    Secondo la filosofa Martha Nussbaum [per approfondire], la lettura di un romanzo può trasformarsi in una vera e propria palestra etica: leggendo, abbiamo la possibilità di espandere il nostro orizzonte, imparando a vedere il mondo con occhi che non sono i nostri.

    Coltivare entrambi i generi ci offre quindi una duplice possibilità – quella che la neuroscienziata Maryanne Wolf ha definito “bi-alfabetizzazione” [per approfondire]: diventare lettori eclettici in grado di passare dalla marcia rapida dell’informazione alla marcia profonda dell’immedesimazione. Chi si verticalizza su un solo genere rischia di allenare solo una parte di sé (spesso quella che oppone minor resistenza), mentre chi padroneggia entrambi i generi ha la possibilità di aspirare a una sorta di “completezza” di sé e del proprio potenziale.

    Immagine di Shelby Miller

    A ogni genere il suo bisogno specifico

    In ultimo, se ogni genere soddisfa un bisogno profondo, allora nella predilezione tra saggi e romanzi possiamo concludere che: 

    Il saggio aiuta chi sente il bisogno di competenza e stabilità: serve a calmare l’ansia dell’ignoto.

    Il romanzo aiuta chi ha bisogno di empatia e simulazione: serve ad allenare la mente a gestire la complessità dei rapporti umani.

      Bibliografia (fonti consultate)

      Il bisogno di chiusura cognitiva – La mente meravigliosa – In italiano
      La sospensione dell’incredulità – Accademia della Scrittura – In italiano
      L’empatia dei lettori nei romanzi – Il Libraio – In italiano
      Maryanne Wolf: «la lettura profonda si impara» – Betwyll.com – In italiano
      Martha Nussbaum, empathy, and the moral imagination – OpenDemocracy – In inglese

      Immagine in anteprima di Seema Miah

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      Tag: Last modified: 3 Maggio 2026