Margaret Atwood ci insegna che per creare bisogna avere il coraggio di guardare ciò che abbiamo perso. Attraverso l’analisi del suo stile “chirurgico” e dei capisaldi della sua visione narrativa, scopriamo come la scrittura possa diventare una strategia di sopravvivenza e un atto di onestà radicale. Dalla teoria della catabasi ai consigli pratici del suo decalogo: ecco come pensare (e scrivere) come una delle voci più influenti del nostro tempo.
Articolo scritto da Lara Marzo
Chi è Margaret Atwood
Canadese, classe 1939, Margaret Atwood è una delle voci più lucide e influenti della letteratura contemporanea. Rifiuta l’etichetta di “fantascienza” per i suoi romanzi, preferendo il termine “speculative fiction” (narrativa d’anticipazione): la sua penna, infatti, si muove solo lungo i binari di ciò che è già accaduto nella storia o che la tecnologia rende oggi scientificamente attuabile.
È una scrittrice di confine che abita lo spazio tra il mito classico e la realtà. Il suo sguardo somiglia a quello di una scienziata che, di fronte a un fenomeno, ipotizza rigorosi scenari evolutivi: è la voce del testimone che sopravvive al disastro e lo racconta concentrandosi sulla precisione dei fatti, evitando le opinioni.
Il bisturi e la pagina: lo sguardo dell’osservatore distaccato
La Atwood non scrive con il cuore in mano; scrive con un bisturi. La sua non è una semplice narrazione della realtà, ma una vera e propria vivisezione.
La focalizzazione
La sua peculiarità risiede nella capacità di rendere “alieno” anche il quotidiano più banale. Spesso adotta una prima persona che osserva il mondo come se si trovasse di fronte a un esperimento scientifico o a un reperto archeologico. È una scrittura dotata di una precisione millimetrica, quella che solo lo sguardo di un osservatore distaccato può concedersi per non farsi travolgere dal caos degli eventi.
Distanza critica e precisione dei sensi
La Atwood non scrive dentro l’emozione, ma la osserva dall’esterno. Invece di dirci che un personaggio è triste, ci descrive come quella tristezza modifichi la sua percezione degli oggetti circostanti: il peso di una sedia, la trasparenza distorta di un bicchiere d’acqua. Insegna a chi scrive che i sentimenti non si dichiarano, ma si mostrano attraverso i fatti e i dettagli materiali.
Nella cassetta degli attrezzi
La profondità psicologica non si ottiene accumulando aggettivi, ma attraverso l’accuratezza fisica. È il potere del correlativo oggettivo.
Focus tecnico: il correlativo oggettivo in narrativa
Per “correlativo oggettivo” si intende una tecnica letteraria che consiste nell’esprimere un’emozione o uno stato d’animo non attraverso una descrizione diretta, ma attraverso un oggetto, una situazione o una catena di eventi che diventano la formula di quella particolare emozione.
L’origine: il termine fu reso celebre da T.S. Eliot, ma è un concetto cardine anche nella poetica di Eugenio Montale.
Perché usarlo in un romanzo? Perché il lettore non vuole sentirsi dire che “il protagonista era solo”, vuole sentire quella solitudine attraverso i sensi.
Come si applica? Se il vostro personaggio ha appena subito un lutto, non descrivete il suo pianto, descrivete, ad esempio, il modo in cui fissa ossessivamente un orologio fermo o il rumore metallico di una chiave che gira in una stanza vuota.
L’architettura del testo: i 5 capisaldi dello stile atwoodiano
Nella cassetta degli attrezzi di Margaret Atwood troverete solo strumenti di precisione. Ecco le regole non scritte che governano la sua prosa:
- L’economia della parola. Ogni parola deve giustificare la propria esistenza. La Atwood è spietata con il superfluo: se un concetto può essere espresso in tre parole anziché cinque, sceglierà sempre la via più breve. Questo rigore crea un ritmo fluido e affilato, dove non c’è spazio per nulla che non sia strettamente accurato.
- Il linguaggio come maschera e armatura. I suoi personaggi non usano le parole solo per comunicare, ma per nascondersi o combattere. Il ricorso a gerghi, citazioni o soprannomi taglienti serve a marcare il territorio e a proteggere l’interiorità dei protagonisti. Il dialogo è sempre un atto di potere.
- Lo “speculative what if”. La Atwood parte sempre da una scheggia di realtà presente e la spinge fino al suo estremo logico. La narrazione resta ancorata al possibile, rendendo la storia terribilmente vicina al lettore.
- L’urgenza del presente. L’uso del tempo presente genera una tensione psicologica costante e toglie al lettore la rassicurante certezza del “già accaduto”, lo scaraventa nell’incertezza del momento, creando un senso di claustrofobia narrativa quasi palpabile.
- Il simbolismo corporeo e l’ironia sferzante. Il corpo è trattato come una mappa o un territorio di battaglia. A bilanciare la crudezza interviene un’ironia nera che funge da valvola di sicurezza contro il sentimentalismo, permettendo di guardare l’orrore senza distogliere lo sguardo.
Bonus tecnico: la struttura multistrato
La Atwood rompe la linearità mescolando i generi: poesie, articoli di giornale o copioni teatrali (come in Seme di strega) danno tridimensionalità al racconto.
Scrivere nell’oscurità: negoziando con le ombre della psiche
Per Margaret Atwood, la scrittura è un atto di esplorazione psicologica profonda. Ecco cosa possiamo imparare dalla sua visione:
La scrittura come “catabasi” (discesa agli inferi)
Nel suo saggio Negoziando con le ombre, l’autrice suggerisce che scrivere richiede il coraggio di scendere nel proprio “regno dei morti” — traumi e fallimenti — per riportare indietro qualcosa di vivo.
Scrivere ha a che fare con il buio, e un desiderio o forse una compulsione a entrare nel buio e, con un po’ di fortuna, illuminarlo, e riportare qualcosa alla luce.
La lezione Non si può creare nulla di autentico se non si ha il coraggio di guardare in faccia ciò che abbiamo perso. La scrittura è la torcia che illumina quel buio.
Le dinamiche di potere e la disciplina del “No”
La Atwood è ossessionata dal controllo. Nelle sue trame, la psicologia dei personaggi è definita da chi detiene il potere e da come lo usa. Parallelamente, nella vita privata, è famosa per la ferrea protezione del proprio tempo.
La lezione Per essere creativi bisogna essere spietati nel proteggere i propri confini. La disciplina è l’armatura della libertà artistica.
La resilienza attraverso il “reframing”
In psicologia, il reframing è la capacità di guardare una situazione da una prospettiva diversa. La Atwood ci mostra che la creatività non è un passatempo, ma uno strumento di sopravvivenza per dare senso al caos.
La lezione Cambiare il proprio vocabolario interiore è il primo passo per cambiare la percezione di sé. Se sostituiamo etichette limitanti con termini che aprono a nuove possibilità, la nostra realtà si trasforma.
L’etica della verità e l’onestà radicale
Margaret Atwood non cerca di compiacere il lettore con facili lieto fine. Ci insegna l’importanza di vedere le cose per come sono, non per come vorremmo che fossero.
La lezione Accettare che il mondo non sia sempre giusto — e che i “cattivi” possano non pentirsi mai — è un atto di maturità che ci libera. Ad esempio, in Seme di strega la pace di Felix arriva quando smette di aspettare le scuse degli altri e decide, finalmente, di liberare se stesso.

Il laboratorio creativo: Seme di strega sotto la lente
In Seme di strega, Margaret Atwood reinterpreta La Tempesta di Shakespeare ambientandola in un carcere maschile e nella mente ferita del suo regista, Felix. È lui ad accompagnarci in un viaggio che inizia con una caduta negli abissi: già segnato dalla perdita della moglie e della figlia Miranda, Felix vede sottrarsi l’unica cosa che gli resta — il teatro — dal suo braccio destro Tony, che lo pugnala alle spalle nel più subdolo dei modi.
Vediamo come, nel romanzo, l’autrice applica i suoi strumenti:
- La scrittura come catabasi. La “discesa agli inferi” di Felix non è metaforica. Lo seguiamo per anni in una catapecchia isolata, ai margini della pazzia, prima che il teatro diventi la scala per risalire. Qui la Atwood ci insegna che la creatività non è un lusso, ma una strategia di sopravvivenza.
- Il potere trasformativo del linguaggio. In carcere, Felix impone ai detenuti il linguaggio shakespeariano. Sostituendo il gergo criminale con i versi classici, l’autrice mostra come cambiare le parole possa offrire una nuova identità, elevando gli uomini al di sopra delle loro etichette sociali.
- La tecnica del correlativo oggettivo. La solitudine di Felix non viene mai spiegata, viene mostrata. La sentiamo nel freddo della stufa, nella muffa sulle pareti e nel ronzio di un’ape che lui interpreta come il fantasma di Miranda. La psicologia del personaggio è incastrata negli oggetti che lo circondano.
- Il reframing e l’onestà radicale. Felix non può cambiare il passato, ma modella la realtà attraverso l’arte per ottenere la propria liberazione. La Atwood, però, resta fedele alla sua onestà: alcuni “cattivi” rimangono tali. La pace per Felix arriva quando smette di aspettarsi un cambiamento dagli altri e riprende il potere di decidere per se stesso.
L’idea chiave
Felix è l’incarnazione dello scrittore. È l’uomo che manipola la finzione per far emergere, alla fine, l’unica verità che conta: la capacità di perdonare e, finalmente, lasciar andare.
Il decalogo della sopravvivenza: 10 regole per chi scrive
Liberamente tradotte dall’articolo apparso sul Guardian, ecco le dieci regole che Margaret Atwood condivide con ogni scrittore, professionista o aspirante tale:
- Porta sempre una matita per scrivere in aereo. Le penne perdono inchiostro. Ma se la punta della matita si rompe, non potrai temperarla in volo (i temperini sono vietati). Soluzione: porta sempre due matite.
- Se entrambe le matite si rompono, puoi provare a fare un lavoro di fortuna usando una lima per le unghie, di quelle in metallo o vetro.
- Porta qualcosa su cui scrivere. La carta va bene. In caso di emergenza, anche un pezzo di legno o il tuo braccio possono funzionare.
- Se usi un computer, metti sempre al sicuro i nuovi testi su una memoria esterna (o in cloud).
- Fai esercizi per la schiena. Il dolore distrae dalla scrittura.
- Cattura l’attenzione del lettore. Funziona meglio se riesci a mantenere prima la tua, ma ricorda: non sai chi sia il tuo lettore, quindi è come cercare di colpire un pesce con una fionda al buio. Ciò che affascina il Lettore A, annoierà a morte il Lettore B.
- Ti serviranno un dizionario dei sinonimi, una grammatica elementare e un solido senso della realtà. Quest’ultimo significa che nessuno ti regala niente. Scrivere è un lavoro. È anche un azzardo. Non avrai una pensione pagata. Gli altri possono aiutarti un po’, ma in fondo sei solo. Nessuno ti costringe a farlo: l’hai scelto tu, quindi non lamentarti.
- Non potrai mai leggere il tuo libro con la candida curiosità di chi ne sfoglia la prima, deliziosa pagina, perché l’hai scritto tu. Sei stato nel backstage. Hai visto come i conigli sono stati infilati nel cappello. Quindi, chiedi a un amico (o due) di leggerlo prima di darlo in pasto agli editori. Questo amico non deve essere il tuo partner, a meno che tu non voglia lasciarlo.
- Non sederti nel bel mezzo del bosco. Se ti perdi nella trama o sei bloccato, torna sui tuoi passi fino al punto in cui hai preso la direzione sbagliata. Poi prova l’altra strada. E/o cambia il punto di vista. Cambia il tempo verbale. Cambia la prima pagina.
- Pregare potrebbe funzionare. O leggere qualcos’altro. O visualizzare costantemente il “Sacro Graal”: la versione finita e pubblicata del tuo splendido libro.
Quale di queste regole è la vostra preferita? Io scelgo la numero 9: a volte, per andare avanti, bisogna avere il coraggio di tornare indietro.

Immagine in anteprima di Aaron Burden