Scritto da Pensiero Distillato AeP Recensioni libri

Le parole sono finestre (oppure muri) di Marshall B. Rosenberg

Ci sono insegnamenti che rimangono marchiati a fuoco dentro, altri come gocce d’acqua scavano nuovi sentieri con pazienza e costanza, erodendo le vecchie convinzioni.
Nella vita mi sono state maestre, con i loro insegnamenti e il loro esempio, sia persone insospettabili sia persone morte ancor prima che io tentassi di sfidare la forza di gravità alzandomi in piedi, traballante, con tutta la caparbietà che solo un bambino piccolo può rivendicare. Pensate a quale sforzo compiamo nei nostri primi anni di vita! E poi ce lo dimentichiamo. Dimentichiamo quella caparbietà, la gioia nell’accogliere una sfida e provare e riprovare finché quella particolare impresa non ci riesce. Impariamo così tanto in così pochi anni e poi, crescendo, spesso pensiamo di aver imparato tutto. Andiamo a scuola, certo, ma cos’altro c’è da imparare “per me”? Ci crediamo “grandi”, “arrivati”.
Invece ci sono cose che, grazie all’aiuto di quei maestri, ho scoperto di non sapere ancora e che solo quando avevano già fatto la loro comparsa le prime rughe e i primi capelli bianchi ho iniziato a imparare: è in quel momento che mi sono fatta ciotola e ho iniziato ad accogliere quello che arrivava. Ma chi sono questi maestri? Semplicemente persone che hanno percorso una strada prima di altri lasciandosi dietro la traccia di una mappa: mappe che possono essere  libri

Uno di questi libri-mappa per me è stato Le parole sono finestre (oppure muri) di Marshall B. Rosenberg, un saggio che applica il concetto gandhiano di nonviolenza alla comunicazione e spiega in quanti modi, quotidianamente, siamo portati a utilizzare le parole in modo aggressivo, oppositivo: invece di parlare, combattiamo con l’altro.
Nella prefazione al libro, Arun Gandhi, nipote del più famoso Gandhi, racconta:

Una delle tante cose che ho imparato da mio nonno è apprezzare la grandezza e la profondità della nonviolenza e a riconoscere che tutti siamo violenti e che abbiamo bisogno di portare un cambiamento qualitativo nelle nostre vite. Spesso non riconosciamo che siamo violenti perché è un aspetto di noi che ignoriamo. Pensiamo di non essere violenti perché crediamo che la violenza consista solo di lotte, di uccisioni, aggressioni e guerre – tutte cose che la persona media di solito non fa.

Le parole sono finestre (oppure muri) di Marshall B. Rosenberg, p. 7

Tutti siamo violenti: è un dato di fatto. Vi condivido un aneddoto che mi fu raccontato anni fa: si era a un seminario di counseling e si parlava di quali azioni o emozioni si considerassero totalmente estranee alla propria persona. Una dei partecipanti espresse la convinzione che mai e poi mai lei avrebbe potuto commettere un omicidio. Uccidere, secondo il suo punto di vista, era una delle azioni più orribili al mondo. L’insegnante le fece notare che, in sfumature diverse, se qualcosa ci infastidisce o turba particolarmente è perché in un qualche modo quella cosa è anche dentro di noi e ci turba proprio perché la rifiutiamo. Importante sarebbe invece vederla e accoglierla.
La donna confermò con veemenza che lei mai sarebbe stata capace di uccidere, mai e poi mai, qualunque cosa ne pensasse l’insegnante. Poi fecero una pausa. Allievi e insegnante si trovavano nello spazio di ristoro, davanti alla macchinetta del caffè. Si sentì un ronzio e una mosca iniziò a volare tra di loro. Alcuni la scacciarono con una mano, altri si allontanarono. La partecipante di cui prima, invece, prese un giornale, lo arrotolò e… spat! Tutti si voltarono verso di lei cercando di capire cosa fosse successo. La donna disse: “Dava proprio fastidio!”
Gli sguardi passarono da lei alla mosca spiaccicata sul giornale arrotolato, nessuno disse una parola; l’insegnante, invece, semplicemente sorrise e commentò: “Eh sì, era proprio fastidiosa, e l’hai uccisa”. La donna sgranò gli occhi, si portò una mano alla bocca e all’improvviso capì.

Tutti siamo violenti nel senso che tutti abbiamo, in un qualche modo, subito violenza, la conosciamo e la impieghiamo quando lo riteniamo necessario. Ma non è necessario uccidere con un’arma, le parole possono uccidere ben di più. Persino il silenzio può essere un’arma violenta se lo utilizziamo per erigere un muro, per punire l’altro togliendogli la parola. 
Potremmo distinguere la violenza in due tipologie: una violenza attiva e una passiva, un tipo di violenza quella passiva che spesso sottovalutiamo ma, come spiega Arun Gandhi, è proprio quella che alimenta la violenza attiva perché quando la subiamo ci sentiamo trattati ingiustamente, giudicati, messi all’angolo, svalutati, frustrati ed è allora che reagiamo.

Il mondo è così come lo abbiamo fatto noi. Se oggi è spietato è perché lo abbiamo reso spietato con i nostri atteggiamenti. Se cambiamo noi stessi possiamo cambiare il mondo e questo cambiamento comincia con un cambiamento nel linguaggio e nella comunicazione.

Arun Gandhi
Immagine di Pro Church Media

La comunicazione nonviolenta

Le parole sono finestre (oppure muri) di Marshall B. Rosenberg introduce il concetto di comunicazione nonviolenta spiegando cosa significa comunicare in modo violento e come sia possibile modificare il proprio modo di comunicare perché possa realizzarsi l’incontro con l’altro o, perlomeno, si crei una possibilità affinché l’incontro avvenga e non si trasformi in uno scontro.
Premetto che un tale linguaggio potrebbe di primo acchito suonare artefatto o apparire manipolatorio, ma in concreto si tratta di un diverso approccio alla comunicazione, di null’altro che di un cambio di prospettiva.

La CNV (comunicazione nonviolenta) si basa su abilità di linguaggio e di comunicazione che rafforzano la nostra capacità di rimanere umani, anche in condizioni difficili. […]

La CNV ci guida nel ripensare il modo in cui esprimiamo noi stessi ed ascoltiamo gli altri, invece di limitarsi ad essere reazioni automatiche, abituali, le nostre parole diventano risposte coscienti basate sulla solida consapevolezza di ciò che percepiamo, ciò che sentiamo e ciò che vogliamo. […]

In ogni scambio, arriviamo ad ascoltare i nostri bisogni più profondi e quelli degli altri. La CNV ci prepara ad osservare attentamente e ad essere in grado di individuare i comportamenti e le condizioni che ci influenzano. Impariamo ad identificare e ad articolare con chiarezza che cosa vogliamo concretamente in ogni situazione.

Le parole sono finestre (oppure muri) di Marshall B. Rosenberg, p. 21-22

Fantascienza? Sì, se pensiamo che dopo tutti i condizionamenti appresi sia semplice cambiare modo di comunicare, che basti schioccare le dita et voilà.
Niente nella vita viene acquisito se prima di tutto non siamo convinti che sia importante e sia proprio quello che vogliamo: perché cambiare il proprio approccio se siamo convinti di avere ragione? Se dopotutto è l’altro a essere in torto?
È necessario ritenere che ci sia un approccio migliore e che sia per noi fondamentale adottarlo perché in caso contrario abbandoneremo ben presto gli sforzi che ci richiede.
Una comunicazione nonviolenta, infatti, richiede l’allenamento di alcune capacità di base (di base in quanto fondamentali, non per questo facili) senza le quali mancherebbe l’aspetto primario che permetterebbe di comprenderla in modo profondo: si tratta, infatti, di una comunicazione da cuore a cuore, che rispetta l’altro e il suo essere, ma che si fonda in primis sul rispetto di noi stessi e del nostro essere.
Quali capacità di base richiede, quindi?

La capacità di osservarsi, osservare la situazione e l’altro, senza giudizio, ma con un’attenzione attiva: non do per scontato, non interpreto, ma rimango in ascolto di quello che mi arriva. Come mi sento? Cosa scatenano in me le parole dell’altro? Mi fanno stare bene o mi creano un senso di disagio? Rabbia? Tristezza? Risentimento?
Si tratta di una presa di consapevolezza di ciò che si muove dentro di me a contatto con l’altro, in una particolare situazione, senza valutazioni, interpretazioni e giudizi.
Provateci, magari in una situazione più semplice, di gioia e vedrete che non è facile, che siamo “naturalmente” portati ad attribuire etichette, a classificare: questo è bene, questo è male, questo è giusto, questo è sbagliato. Rimanere “centrati in se stessi”, non perdersi nella periferia è una capacità che richiede un impegno pari a quello che uno sportivo deve dedicare al proprio sport per potervi eccellere o un musicista al suo strumento per saperlo padroneggiare e per “sentirlo”, suonare lo strumento mentre lo strumento suona lui… è uno scambio, una sinergia, si raggiunge un livello di armonia che chi l’ha provato definisce come un flusso che scorre dentro e fuori di noi.

Allenandoci in questa capacità riusciremo anche a vedere con più chiarezza dentro di noi e ad associare emozioni/sentimenti a bisogni: provo rabbia perché un bisogno insoddisfatto dentro di me si agita come un mare in tempesta; provo tristezza perché quell’antico senso di mancanza si è risvegliato. Ciò che risuona con le parole dell’altro sono le nostre ferite e per ciascuno sono diverse: raccontano di noi e della nostra storia.
Una volta compresi quali sono i nostri bisogni insoddisfatti, possiamo mettere in atto un tipo di comunicazione che non accusi l’altro, ma esprima una nostra precisa richiesta: eccomi, ti spiego cosa mi ferisce e ti chiedo di comprenderlo e venirmi incontro, come io farò con te. Non lo pretendo, te lo chiedo nel rispetto anche dei tuoi sentimenti e bisogni.

Il modello della comunicazione nonviolenta si compone quindi di quattro aspetti:

  • Osservazioni: le azioni concrete che osserviamo, che influenzano il nostro benessere.
  • Sentimenti: come ci sentiamo in relazione a ciò che osserviamo.
  • Bisogni: i bisogni, valori, desideri, ecc. che creano i nostri sentimenti.
  • Richieste: le azioni concrete che desideriamo richiedere al fine di arricchire la nostra vita.

Nel libro vengono esplorati tutti gli aspetti accanto a numerosi esempi pratici di comunicazione nonviolenta, non tanto perché siano da prendere così come sono, ma per far riflettere e aiutare ad adottare una diversa prospettiva.

Immagine di Elisa Stone

L’approccio empatico

Un’altra capacità di base è l’empatia, ovvero

Mettersi nei panni dell’altra persona,
non giudicarla, non valutarla,
accettare la sua unicità e individualità,
non dirigerla, non dirle cosa fare,
ma ascoltarla affinché apprenda
ad ascoltarsi, per comprendersi
e gestire da sé, in modo autonomo,
le sue difficoltà.

Carl Rogers

Quali sono i nemici giurati di un approccio empatico nei confronti dell’altro?
I giudizi moralistici, di solito li esprimiamo quando il comportamento o anche il modo di pensare di un’altra persona sono lontani dalle nostre convinzioni e dai valori a cui attribuiamo importanza.
I paragoni, quando ci paragoniamo a qualcun altro smettiamo di fare esperienza di noi stessi. E quando paragoniamo qualcun altro a noi, interrompiamo qualunque possibilità di connessione.
Negare le proprie responsabilità, soprattutto quando ci convinciamo di non aver potuto fare diversamente, che siamo stati costretti o che qualcun altro ha scelto per noi.

Siamo pericolosi quando non siamo consapevoli di essere responsabili del nostro comportamento, dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti.

Le parole sono finestre (oppure muri) di Marshall B. Rosenberg, p. 43

Non solo saper dare con empatia, ma anche saper ricevere ciò che ci viene dato: è nell’equilibrio tra dare e ricevere, infatti, che può instaurarsi un rapporto “umano”, di rispetto reciproco, con l’altro.

Quando qualcuno ti ascolta davvero senza giudicarti, senza cercare di prendersi la responsabilità per te, senza cercare di plasmarti, ti senti tremendamente bene.

Quando sei stato ascoltato ed udito, sei in grado di percepire il tuo mondo in modo nuovo ed andare avanti. È sorprendente il modo in cui problemi che sembrano insolubili diventano risolvibili quando qualcuno ascolta. Quando si viene ascoltati ed intesi, situazioni confuse che sembravano irrimediabili si trasformano in ruscelli che scorrono relativamente limpidi.

Carl Rogers

In conclusione, Le parole sono finestre (oppure muri) mostra come sia possibile concepire una comunicazione di tipo diverso, che aiuti a creare ponti invece che ad erigere muri, ma come ogni libro che promette grandi cose, richiede anche impegno da parte nostra: una volta terminato non potremo semplicemente riporlo su uno scaffale della nostra libreria. Per verificarne l’efficacia dovremo continuare a portarlo con noi (metaforicamente!) ed esercitarci con costanza, giorno dopo giorno. Mentre lo faremo, scopriremo aspetti di noi che, un po’ come nell’aneddoto che ho raccontato all’inizio di questa recensione, ci traghetteranno verso una nuova consapevolezza di noi stessi – e delle nostre relazioni – con l’obiettivo di imparare a comunicare meglio e, di conseguenza, vivere meglio.

Una volta mia madre partecipò ad un seminario in cui altre donne discutevano della paura che avevano di esprimere i propri bisogni. Improvvisamente, mia madre si alzo ed uscì dalla stanza e non ritornò che molto più tardi. Infine ricomparve, con un aspetto molto pallido. In presenza del gruppo, le chiesi “Mamma, va tutto bene?”

“Sì” rispose “ma mi sono improvvisamente resa conto di un fatto che per me è molto difficile accettare.”

“Che cosa?”

“Ho appena compreso che per 36 anni sono stata arrabbiata con tuo padre perché lui non soddisfaceva i miei bisogni, e ora mi rendo conto che non gli ho mai detto chiaramente, neanche una volta, quali erano i miei bisogni.”

Le parole sono finestre (oppure muri) di Marshall B. Rosenberg, p. 78

Informazioni sul libro

Titolo: Le parole sono finestre (oppure muri)
Autore: Marshall B. Rosenberg
Editore: Esserci Edizioni
Pagine: 256

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Immagine di freestocks

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Last modified: 7 Febbraio 2024