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Libertà in prigione di Roberto Assagioli

Capivo che ero libero di assumere uno tra molti atteggiamenti nei confronti di questa situazione, che potevo darle il valore che volevo io, e che stava a me decidere in che modo utilizzarla.

Potevo ribellarmi internamente e imprecare; oppure potevo rassegnarmi passivamente e vegetare; potevo lasciarmi andare a un atteggiamento malsano di autocompatimento e assumere un ruolo da martire; potevo affrontare la situazione con un atteggiamento sportivo e con senso dell’umorismo, considerandola un’esperienza interessante (quella che i tedeschi chiamano erlebnis).

Potevo trasformare questo periodo in una fase di riposo, in un’occasione per riflettere tanto sulla mia situazione personale, considerando la vita vissuta fino ad allora, quanto su problemi scientifici e filosofici; oppure potevo approfittare della situazione per fare un allenamento psicologico di qualche genere; infine potevo farne un ritiro spirituale.

Ebbi la percezione chiara che l’atteggiamento che avrei preso era interamente una decisione mia: che toccava a me scegliere uno o molti fra questi atteggiamenti e attività; che questa scelta avrebbe avuto determinati effetti che potevo prevedere e dei quali ero pienamente responsabile. Non avevo dubbi su questa libertà essenziale e su questa facoltà e sui privilegi e le responsabilità che ne derivavano.

Roberto Assagioli*

Immagine: Bex Ross
Immagine: Bex Ross

*Roberto Assagioli, fondatore della Psicosintesi, fu psichiatra e teosofo italiano di origini ebree. Scrisse questo brano durante la sua prigionia nel 1940, dopo essere stato arrestato dai fascisti per le sue “attività pacifiste”. In seguito fu scarcerato, ma poté riprendere la sua attività solo al termine della guerra.

Foto in apertura di Björn Lindell

Last modified: 14 Novembre 2020