Il destino come scelta di Thorwald Dethlefsen

Di Thorwald Dethlefsen, psicoterapeuta tedesco, ho già parlato recensendo Vita dopo vita e Malattia e Destino. È un autore di cui si possono dire tante cose, ma certamente non che fosse uno psicoterapeuta tradizionale. Come altri suoi colleghi, si sentì spinto a esplorare nuovi territori che si allontanavano da quello della psicologia accademica. Lo stesso Jung ci ha lasciato larga testimonianza di questa ricerca “oltre il sensibile”.

Nonostante abbia letto Il destino come scelta diversi anni fa, lo ricordo ancora oggi come uno degli “incontri” più significativi per i miei successivi vagabondaggi. Il libro univa due dei miei principali interessi, la psicologia e l’astrologia, ed ero affascinata dal nuovo punto di vista che veniva presentato. Già il titolo del libro è di per sé una bella provocazione se si paragona a uno dei modi di pensare più comuni per cui di fronte al “destino” si è impotenti, qualunque cosa si identifichi come “destino”.
La tesi esposta da Dethlefsen, al contrario, rimette tutto il potere nelle nostre mani e, senza dover per forza aderire all’uno o all’altro approccio, è interessante lasciar aperta la porta e scorgere il panorama che si staglia al di là del pianerottolo.

Il libro si suddivide in nove capitoli di cui il primo ci tuffa nel cosiddetto “esoterismo”, quello che l’autore definisce “il modo non scientifico di considerare la realtà”.

La scienza pensa in termini esclusivamente funzionali. Questo fatto risulta per noi così ovvio, che ci si chiede stupiti in che altro modo si potrebbe pensare senza aprire le porte alla fantasia più sfrenata. L’esoterismo pensa invece in termini di contenuto, cioè non chiede soltanto il “come” della realtà, ma soprattutto il “perché”. Questo perché è rivolto a capire il significato, ovvero il legame esistente tra il mondo delle manifestazioni e l’uomo. [cit.]

Non si tratta di privilegiare l’una o l’altra, ma di permetterne la convivenza e di imparare a distinguerne le caratteristiche.
Al pari della via della scienza, Dethlefsen mostra un’altra via percorribile, quella dell’esoterismo che ha radici antiche, sue proprie leggi e un obiettivo da raggiungere:

Chi vuol seguire la via esoterica, non ha bisogno di credere a niente, non deve cercare niente: deve solo svegliarsi e imparare a guardare e a vedere; perché la verità è ovunque. [p. 47]

La polarità della realtà

Andavo ancora alle superiori quando una mia amica, triste per una serie di eventi che stava vivendo, mi chiese: “Ma perché sta accadendo secondo te?”
La risposta mi uscì di getto: “Pensaci, la vita si fonda sui controsensi.”
Vidi il suo volto illuminarsi, come se le avessi rivelato chissà che segreto universale. “Cavolo, ma è vero! Hai detto una cosa verissima.”
La sua reazione mi lasciò interdetta perché, di fatto, avevo detto una cosa di cui però io stessa non avevo capito il significato! Mi era uscita così, senza pensarci, e ora guardavo confusa la mia amica che, invece, sembrava aver scoperto l’America. Lei aveva colto qualcosa che a me era rimasto oscuro. Sembra una scenetta assurda raccontata così eppure, solo anni dopo, capii il significato profondo di quella mia frase.

Immagine: Dominik Klein

Immagine: Dominik Klein

Si tratta del concetto delle polarità, di come tutto sia intrinsecamente legato al suo opposto perché, in caso contrario, non potremmo farvi esperienza. Non sapremmo cos’è la luce se non fosse per il buio (e viceversa), non sapremmo cos’è il dolce se non fosse per l’amaro, non sapremmo cos’è la gioia se non fosse per la tristezza.

La realtà consiste di unità, che però si manifestano alla coscienza umana solo in termini di polarità.

Noi vediamo l’unità sempre e soltanto sotto forma di due aspetti, che ci sembrano opposti. Ma sono proprio gli opposti che insieme formano una unità e nella loro esistenza sono dipendenti uno dall’altro. [cit.]

Per questo, afferma Dethlefsen, non c’è niente di buono o cattivo di per sé, ma è il nostro modo di vederlo, di viverlo che lo colora di una sfumatura o di un’altra. Dipende dal nostro atteggiamento e dal giudizio che appiccichiamo a quello che capita.

Tutte le cose sono in sé completamente prive di valore e neutrali. È l’atteggiamento dell’uomo che le rende opposte alla gioia o al dolore. Così la solitudine non è né buona né cattiva, né gradevole né sgradevole. Uno vive la solitudine come sofferenza, l’altro come gradevole promessa per la riflessione e la meditazione. Per uno il possesso è la meta ultima delle sue fatiche, per l’altro un peso e un disturbo. Non sono mai le circostanze in se stesse che toccano il nostro animo, ma semplicemente il nostro atteggiamento nei confronti delle circostanze. [p. 54]

Tra i concetti più interessanti, teorizzati anche da Jung, vi è il mondo esterno come specchio del nostro mondo interiore.

L’osservazione del proprio mondo esterno e degli eventi coi quali si viene confrontati è uno dei metodi migliori per conoscere se stessi, perché tutto quello che nel mondo esterno disturba indica semplicemente che non si è conciliati in se stessi col principio analogo. [cit.]

Dethlefsen esplora poi il significato dell’astrologia nel destino personale e le diverse leggi che regolano il mondo secondo l’esoterismo (ad esempio la legge di risonanza e quella di analogia). Inoltre, ampio spazio è lasciato al significato della malattia e si torna sul concetto di reincarnazione, a cui è dedicato Vita dopo Vita.

Ci si affidi quindi tranquillamente al destino e si lavori con le capacità che ci sono state date, senza lagnarsi costantemente di quello che non si ha. In questo universo nulla va perduto – e questo vale non soltanto per la fisica, ma anche per la via che porta alla maturazione di un’anima. L’oblio delle incarnazioni precedenti non è certamente uno sciocco errore della natura, ma ha lo scopo di liberare la coscienza da pesi inutili e di rendere più facile la ricezione del qui e dell’adesso. [p. 157]

Infine, l’autore tratta della terapia della reincarnazione come una via per raggiungere la completezza ed evidenzia come, quando si analizza il problema di base dei pazienti, si scopre che è sempre riconducibile allo stesso tema, quello del potere.

L’uomo si ammala sempre a causa del potere, che un tempo veniva vissuto in modo più evidente e diretto e oggi si presenta in forme più raffinate: è però sempre il potere quello che tormenta l’uomo. Il polo opposto del desiderio di potere è l’umiltà. [cit.]

Il destino come scelta è di certo un libro interessante ma, come tutti i libri, va letto con discernimento e spirito critico. Se l’argomento vi interessa molto probabilmente avrete già letto o leggerete altri autori e noterete che una stessa parola può essere usata per enunciare significati diversi. Ad esempio, proprio la parola potere può assumere la sfumatura data da Dethlefsen in quanto “affermazione dell’io, tentativo di non sottomettersi alle regole e di imporre agli altri la propria volontà”, ma anche altre sfumature, come quella di cui parla Igor Sibaldi nel libro Maestri invisibili:

Avere un potere su qualcuno non è mai bene: è una cosa noiosa, produce ossessioni.
L’unico potere che conta è il potere di: di fare, di amare, di volere, di creare. Quello va usato; e non ha limiti, il potere di.

Capite quante sfumature una stessa parola può avere? E come solo il voler fare esperienza di quello che si legge ci permette di non abbandonarci all’ennesimo giudizio affrettato, positivo o negativo che sia.
Forse il libro vi ha incuriosito o forse no, ma alla fine penso ci siano più strade percorribili per giungere là dove siamo diretti e in questa possibilità è insita una grande ricchezza.
Quello che davvero conta, infatti, è arrivare a vivere nel presente in piena coscienza, il come, alla resa dei conti, è del tutto personale. E va bene così. 🙂

Informazioni sul libro:

Titolo: Il destino come scelta – Psicologia esoterica
Autore: Thorwald Dethlefsen
Traduzione: Paola Giovetti
Editore: Edizioni Mediterranee
Pagine: 201
Prezzo: 13,90 euro
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3 commenti

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    Andrea 26 Febbraio 2015 (11:24)

    Anch’io lo lessi, pochi anni fa, apprezzando moltissimo l’esercizio di apertura mentale a cui invita continuamente il lettore.
    Ma una domanda: è possibile che il mancato compimento del destino di una persona sia necessario alla realizzazione di un’altra persona? Ciò sarebbe un controsenso.
    Come sempre, complimenti per la passione che anima il sito.

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      Pensiero Distillato 2 Marzo 2015 (11:09)

      Domanda interessante, Andrea. Ovviamente la risposta non può che essere una speculazione, ma personalmente credo che dipenda molto da cosa intendiamo per destino e, soprattutto, “chi” pone la domanda perché quello che la personalità (o come la vogliamo chiamare) può considerare una strada sbagliata, chissà poi come la vede l’anima. Si dice che ognuno di noi si trovi sempre nel luogo e tempo dove si deve trovare, per cui se davvero fosse così non potrebbe esistere niente di simile a un destino non compiuto, solo tante strade alternative, tante possibilità. Il mistero rimane però tutto da scoprire 😛

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    luka 25 Novembre 2016 (21:52)

    la terza possibilità nn considera il mancato compimento, tutto segue un ordine preciso e ben stabilito non puoi NON compiere il tuo destino indipendentemente da cosa fai o no perchè è un ordine ben preciso dal momento in cui nasci.