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Perché leggere e raccontare fiabe?

Qual era la vostra fiaba preferita?

Bene o male tutti, da piccoli, abbiamo avuto una fiaba, una favola o una storia a cui eravamo affezionati e avremmo voluto ci fosse raccontata ancora e ancora e ancora.
Forse era una delle cosiddette fiabe tradizionali oppure era una storia diversa, inventata da qualcuno, ma che per noi rappresentava tutto.
Si dice che le storie che amiamo raccontino qualcosa di noi, evochino un messaggio importante o ci aiutino a elaborare emozioni e bisogni difficili da gestire, soprattutto quando non abbiamo ancora acquisito gli strumenti per fronteggiarli da soli. Bisogni come l’essere amati, emozioni come la paura di non essere considerati. 
Spesso da adulti capita di sentir dire (o di dire noi stessi) “è solo una fiaba”, togliendo importanza a qualcosa che, invece, alla resa dei conti, è potente, supera ogni giorno la prova del tempo e veicola un messaggio che è prezioso a qualunque età: per quanto possano apparire forti, i mostri non vincono.

Le fiabe non sono favole

Molti trattano indistintamente fiabe e favole, ma in realtà si tratta di due narrazioni distinte.

Favola è una parola che, propriamente, fa riferimento alle favole dell’antichità arrivate a noi per via letteraria, come le favole di Esopo o di Fedro, che hanno quasi sempre per protagonisti animali e sono scritte con un fine morale. La fiaba è invece un racconto, tramandato a voce di generazione in generazione, che ha per protagonisti esseri umani nelle cui vicende intervengono spiriti benefici o malefici, dèmoni, streghe, fate; non ha necessariamente un intento morale, ma può essere un semplice intrattenimento per i bambini, spesso con un proprio valore culturale e letterario. 

Fonte: treccani.it

Nella fiaba si riconosce il viaggio dell’eroe: è il protagonista che parte da casa al sopraggiungere di un problema perché tenta di risolverlo oppure parte perché va in cerca della propria Fortuna, il proprio destino.
Un viaggio che rispecchia quello a cui tutti siamo chiamati, una sorta di viaggio iniziatico come racconta Carol S. Pearson in L’eroe dentro di noi.

Immagine di Johannes Plenio

Le fiabe non ci abbandonano mai

Una volta cresciuti crediamo che certe storie facciano parte della nostra infanzia, ci sentiamo indifferenti al loro richiamo e, al massimo, le rispolveriamo per raccontarle ai nostri figli. In realtà, le fiabe che abbiamo amato da piccoli restano con noi per sempre, ci accompagnano lungo il cammino e ci ricordano chi siamo stati e quanta strada abbiamo percorso nel frattempo.

La fiaba, infatti, è una risorsa preziosa sia quando siamo bambini sia quando ormai siamo cresciuti. In alcuni frangenti viene oggi utilizzata come “strumento di autoguarigione, per sviluppare consapevolezza e creatività” (fonte: Guarire con una fiaba di P. Santagostino).
Ad esempio, l’utilizzo della fiaba per affrontare un problema, e lasciare che le soluzioni emergano dal nostro interno, è una tecnica molto interessante usata anche in psicoterapia. 

Cosa raccontano di noi le fiabe che raccontiamo? Se fossimo l’eroe di una fiaba come descriveremmo e affronteremmo il dilemma a cui ci sottopone la nostra vita quotidiana?
Ci sentiamo soli? Non amati? Soffriamo per un rapporto conflittuale con nostra madre, padre, il nostro partner, i figli? Oppure sentiamo di non star vivendo la nostra vita come vorremmo? Che, infondo, questa vita non ci rappresenta e ne vorremmo una diversa ma qualcosa ci impedisce di attuarla?
Di che tipo di aiuto pensiamo di aver bisogno? In quale punto della nostra storia sentiamo di esserci incagliati? Oppure quali talenti ci piacerebbe sviluppare?

Il mondo incantato di Bruno Bettelheim

Quando siamo bambini, le fiabe ci offrono una grande opportunità: quella di guardare in faccia i mostri che più ci spaventano ricordandoci che non saranno loro a vincere.
Nel suo saggio Il mondo incantato, Bruno Bettelheim analizza le più famose fiabe tradizionali da un punto di vista psicanalitico mostrando il motivo per cui sono ancora oggi così potenti dopo secoli e secoli.

Ad esempio, fiabe come Hansel e Gretel, Cenerentola, Biancavene, Cappuccetto Rosso… come hanno fatto a superare lo scoglio del tempo? Com’è possibile che ancora oggi esercitino un tale fascino sui bambini e non solo su di loro?

Perché una storia riesca realmente a catturare l’attenzione del bambino, deve divertirlo e suscitare la sua curiosità. Ma per poter arricchirne la vita, deve simulare la sua immaginazione, aiutarlo a sviluppare il suo intelletto e chiarire le sue emozioni, armonizzarsi con le sue ansie e aspirazioni, riconoscere appieno le sue difficoltà, e nel contempo suggerire soluzioni ai problemi che lo turbano. In breve, essa deve toccare contemporaneamente tutti gli aspetti della sua personalità, e questo senza mai sminuire la gravità delle difficoltà che affliggono il bambini, anzi prendendone pienamente atto, e nel contempo deve promuovere la sua fiducia in se stesso e nel suo futuro. […]

Dato che la vita è spesso sconcertante per lui, il bambino ha un bisogno ancora maggiore di poter acquisire la possibilità di comprendere se stesso in questo complesso mondo con cui deve imparare a venire a patti.

Il mondo incantato di B. Bettelheim (pg. 10 e 11)

Che cosa rappresenta l’eroe delle fiabe per il bambino?

La sorte dell’eroe convince il bambino che, come lui, può sentirsi emarginato e abbandonato nel mondo, brancolante nel buio, ma, come lui, nel corso della vita verrà guidato ad ogni suo passo, e otterrà aiuto quando ne avrà bisogno. Oggi, ancor più che in passato, il bambino ha bisogno della rassicurazione offerta dall’immagine dell’uomo isolato che malgrado ciò è in grado di stringere relazioni significative e compensatrici col mondo che lo circonda.

Il mondo incantato di B. Bettelheim (pg. 17)

È fondamentale che i genitori accompagnino il bambino nel suo viaggio senza svelargli cosa credono di aver capito prima che sia lui a farne esperienza: si tratta di una comprensione a cui dovrà giungere lui stesso e che solo lui potrà poi in seguito decidere di condividere.

Anche se il genitore indovinasse alla perfezione perché un bambino si è lasciato prendere emotivamente da una data storia, farebbe meglio a tenere per sé quest’intuizione. Le più importanti esperienze e reazioni del bambino sono in larga misura inconsce, e dovrebbero rimanere tali finché egli non arrivi a un’età e a una capacità di comprensione molto più mature. […]

Importante per il benessere del bambino come la sensazione che i suoi genitori condividono le sue emozioni, appassionandosi alla stessa fiaba che l’appassiona, è la sensazione del bambino che i suoi intimi pensieri sono ignoti al suo genitore finché egli non si decide a rivelarli.

Il mondo incantato di B. Bettelheim (pg. 23)

Un altro aspetto interessante delle fiabe, rispetto ad altre narrazioni, è il fatto che le fiabe “indirizzano il bambino verso la scoperta della sua identità e della sua vocazione, e suggeriscono inoltre quali esperienze sono necessarie per sviluppare ulteriormente il suo carattere.”

Nelle fiabe vengono trattate tematiche ricorrenti che rappresentano argomenti tabù nella nostra società seppur, ancor oggi, siano all’ordine del giorno come l’essere abbandonati, trattati ingiustamente, vessati da padri, madri, fratelli o sorelle, emarginati, traditi, denigrati, e permettono al bambino, attraverso i vari personaggi della fiaba, di vivere ciò che egli stesso prova e di comprenderlo meglio senza sentirsi cattivo o inadeguato. È un passaggio importante che offre al bambino la possibilità di esplorare il proprio vissuto emotivo e trasformarlo.

Informazioni sul libro

Titolo: Il mondo incantato
Autore: Bruno Bettelheim
Traduttore: Andrea D’Anna
Editore: Feltrinelli Editore
Pagine: 309

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Come raccontare una fiaba di Paola Santagostino

Un altro libro interessante sul potere delle fiabe nell’immaginario del bambino è Come raccontare una fiaba di Paola Santagostino che offre a genitori ed educatori un interessante strumento non solo per raccontare, ma anche per inventare fiabe con i propri bambini.
Ad esempio, viene spiegato il motivo per cui i personaggi nelle fiabe non sono ambigui, ma si distinguono nettamente in buoni e cattivi e perché ci sia bisogno di entrambi:

I personaggi non sono ambigui: l’Eroe non ha mai paura e il Cattivo non ha mai pietà. Il che non corrisponde affatto alla vita reale, dove luci e ombre si mescolano inesorabilmente. Ma corrisponde esattamente alle necessità del bambino!

Lui si trova nella condizione di dipendere totalmente per la sua sopravvivenza dai genitori, i quali sì, in quanto persone reali, sono un po’ buone e un po’ cattive, e questo è anche nella sua percezione quotidiana. Ma è troppo terrificante pensare di dipendere totalmente da qualcuno che può anche essere cattivo, è semplicemente intollerabile. Così il bambino scinde le immagini: la mamma buona a la mamma cattiva, la Fata e la Strega. […]

I personaggi “cattivi” delle fiabe servono da catalizzatori e interpreti delle pulsioni negative, che così non vengono negate o soppresse, ma semplicemente “vinte”, spesso per un pelo, dalle pulsioni positive interpretate dai personaggi “buoni”.

Come raccontare una fiaba di Paola Santagostino (pg. 21)

L’autrice spiega come sia il bambino stesso a viversi, nella sua quotidianità, come un po’ buono e un po’ cattivo, ma provi una grande difficolta nel riconoscersi caratteristiche negative: questa difficoltà lo spinge a cercare rifugio nella proiezione della sua “parte cattiva” sugli altri. In particolare, i suo aspetti negativi trovano sfogo nella rappresentazione dei personaggi “cattivi” che si scontrano con i “buoni” e, alla fine della fiaba, offrono al bambino il suo lieto fine: la rassicurazione che, pur esistendo il male e il bene, la storia sempre si concluderà con un bel e vissero tutti felici e contenti.

Immagine di Sarah Richter

Quando è l’adulto a inventare una fiaba per il bambino è come se gli facesse dono di sé:

Un adulto che inventa sul momento una fiaba sta in realtà dicendo tutto di sé, dei suoi problemi, delle sue difficoltà, dei suoi traumi, delle sue lotte e dei suoi dolori.

Come in un’opera d’arte, o in un dipinto, o in una sinfonia, nell’opera c’è tutto il suo autore.

Non dobbiamo temere che ciò possa in qualche modo nuocere al bambino, tanto il bambino “sa già”.

Come raccontare una fiaba di Paola Santagostino (pg. 32)

Inventare una fiaba può essere un ottimo modo per comunicare tra genitori e figli perché, infondo, i figli già conoscono i loro genitori, come si sentono, cosa provano, ma possono non afferrare completamente il motivo per cui li vedono arrabbiati o tristi o stanchi: una fiaba inventata sul momento parlerà per gli adulti e lo farà attraverso immagini comprensibili anche al bambino.
Nel libro l’autrice spiega, inoltre, come inventare storie insieme, adulti e bambini, e come accompagnare un bambino nell’inventare la sua propria fiaba.
Al termine del libro vi sono, infine, 9 carte da gioco da ritagliare e usare per poter creare delle nuove fiabe.

Informazioni sul libro

Titolo: Come raccontare una fiaba
Autore: Paola Santagostino
Editore: Red Edizioni
Pagine: 96

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Emozioni in fiaba di Veronica Arlati

Come recita il sottotitolo, è un libro che vuole “aiutare i bambini ad accogliere e gestire la propria sfera emotiva” e lo fa attraverso le storie e le fiabe, in particolare.
È necessario partire da una consapevolezza che, purtroppo, alcuni ancora ignorano:

Il bambino manifesta le emozioni in modo diverso dall’adulto e spesso fatica a parlare di ciò che prova, anche perché non ha ancora acquisito un linguaggio adeguato a esprimere concetti astratti; e talvolta gli risulta persino difficile riconoscere quel “qualcosa” che lo pervade, a dargli un nome. Può capitare così che nasconda ciò che prova, oppure che, non sapendo come gestire le sue emozioni, reagisca con azioni violente o aggressive, proprio a causa della grande confusione interiore che lo tormenta.

Emozioni in fiaba di Veronica Arlati (pg. 7)

Chiamare “capricci” per partito preso l’incapacità dei bambini di riuscire ad esprimere il proprio disagio, genera ancora oggi reazioni inadeguate da parte degli adulti. Di fronte a queste reazioni il bambino può sentirsi incompreso, traumatizzato, può giungere a sentirsi inadeguato e a sviluppare un senso di colpa che nasconde il messaggio originario che lui aveva tentato di inviare, seppur magari in modo maldestro.
Nell’imparare a esprimere le proprie emozioni i genitori del bambino giocano un ruolo fondamentale:

Bisogna tenere presente che per il bimbo il genitore rappresenta il modello fondamentale e il punto di riferimento, dal quale apprende le modalità di comportamento e reazione nelle diverse situazioni, e da cui impara perciò anche come riconoscere, esprimere, comprendere e gestire le emozioni. […]

Se il bambino cresce in un ambiente dove gli adulti di riferimento esprimono in modo calmo ed equilibrato tutte le loro emozioni, siano esse positive o negative, imparerà a poco a poco a esprimerle a sua volta in modo adeguato, e anche a gestirle.

Emozioni in fiaba di Veronica Arlati (pg. 9)

Nel libro sono raccontate undici fiabe, ciascuna incentrata su specifici temi: il loro obiettivo è offrire al bambino la possibilità di vivere le proprie emozioni attraverso le storie, ma non solo. Nell’accompagnarlo in questo viaggio, l’adulto ha a sua volta una grande opportunità: quella di entrare in contatto con una dimensione ancora inesplorata del figlio e di impegnarsi a farlo con gentilezza e umiltà. Non da adulto che sa già tutto (perché in realtà nessun adulto lo sa per davvero!), ma come compagno di viaggio con più esperienza, certo, ma aperto all’avventura e pronto ad imparare a sua volta.

Informazioni sul libro

Titolo: Emozioni in fiaba
Autore: Veronica Arlati
Editore: Red Edizioni
Pagine: 112

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Guarire con una fiaba di Paola Santagostino

L’ultimo libro di cui voglio parlare è Guarire con una fiaba di Paola Santagostino: un saggio sulle fiabe rivolto agli adulti per aiutarli a superare i propri conflitti emozionali. L’autrice spiega come la fiaba possa tramutarsi in un valido ed efficace strumento di guarigione anche per gli adulti.

Per alcuni sarà più semplice utilizzarlo, mentre altri incontreranno una forte resistenza a lasciarsi andare, a raccontarsi diventando i protagonisti di un mondo fatato. Sicuramente non è detto che sia uno strumento adatto a tutti, ma di certo si tratta di una tecnica affascinante e, se anche una piccola parte di noi se ne sentisse attirata, varrebbe la pena offrigli una possibilità.
Purtroppo molti di noi sono bloccati dalla “performance” ovvero dalla paura di non essere all’altezza, di non avere fantasia, di non saper scrivere o raccontare. All’estremo opposto, però, anche la sicurezza di essere narratori eccezionali potrebbe risultare altrettanto dannosa. Qui non si tratta di scrivere o narrare una bella storia, ma la nostra storia, quella che scaturisce da noi stessi e che parla, in primis, a noi stessi.
Ecco perché, prima di cimentarci, dovremmo ricordare questa bellissima poesia di William W. Purkey:

Balla come se nessuno stesse guardando,
ama come se nessuno ti avesse mai ferito,
canta come se nessuno stesse ascoltando,
vivi come se il paradiso fosse sulla terra.

Insomma, scrivete come se nessuno vi dovesse leggere, solo voi stessi. È il primo passo, poi ne verranno altri.
Nel saggio l’autrice presenta i vari personaggi di una fiaba e ne spiega il simbolismo, perché sono importanti e cosa rappresentano nel nostro immaginario, quali opportunità ci offrono e che cosa stanno manifestando.
Tra i personaggi ritroviamo: la cattiva matrigna, la strega, il mostro, la buona vecchia, la fata, l’angelo, la principessa, l’eroe, il re, il cattivo, il padre, il mago…
Poi ci sono gli animali e i paesaggi. Gli alleati e i nemici. Le sfide e la ricompensa.

Ma in concreto come possono le fiabe aiutarci nel processo di guarigione? Medard Boss spiega che vi sono

…due modi tipici di “ammalarsi” fisicamente quanto psichicamente: l’uno dovuto all’esagerazione di un determinato “modo d’essere”, che diviene l’unico e il solo adottato nell’approccio al mondo, l’altro dovuto all’esclusione di un determinato “modo d’essere” dalla dinamica esistenziale.

Guarire con una fiaba di Paola Santagostino

Quando nella nostra vita quotidiana non ci sembra di “avere un’alternativa”, utilizzare uno strumento come la fiaba può offrirci una nuova visione, possibilità prima impensabili. Come accade al bambino, anche nelle fiabe raccontate da noi stessi il/la protagonista possono tutto, affrontano sfide, sono messi alla prova ma scoprono di avere provvidenziali risorse, di poter affrontare i pericoli e cambiare il loro destino. Nella fiaba siamo noi stessi a offrirci la possibilità di una trasformazione.

In alcuni casi potrà capitare di raccontare la storia fino ad un certo punto e poi di incagliarsi, come se non si riuscisse a vedere cosa accadrà dopo: anche questo fa parte del processo. Può essere utile fermarsi per un po’, rileggere quanto si è scritto e lasciare che decanti dentro di noi. Arriverà il momento in cui si farà strada un’intuizione, un aiuto, una svolta e sapremo che la storia non è più bloccata e può proseguire. 

Immagine di Dzmitry Tselabionak

La fiaba, come scrive Santagostino, è la ricerca di un nuovo equilibrio. Un equilibrio che si mostra a noi solo se abbandoniamo la strada già conosciuta, quella che ripercorriamo ogni volta che cerchiamo una soluzione ai nostri problemi. È quindi necessario imboccare strade nuove, alle volte non ancora tracciate.
Di fatto la fiaba non risolve i nostri problemi, ma facilita in noi la nascita di un nuovo approccio.

… niente interpretazioni: usate il metodo della fiabazione per mettere in moto gli effetti positivi di un distacco mentale dagli schemi di pensiero abituali e di una ricerca creativa di nuove elaborazioni.

Guarire con una fiaba di Paola Santagostino (pg 154)

Nel raccontare la vostra fiaba abbiate fiducia in voi stessi e nelle vostre risorse, soprattutto in quelle che non pensate di avere.

… aspettate che un’immagine affiori spontaneamente alla mente e seguitela: dove va va… Non cercate di dirigere il racconto o di scegliere un’immagine piuttosto che un’altra: la prima immagine che affiora va bene e le altre seguiranno da sole e ci si ritrova a narrare.

Credo che l’importante in questo passaggio sia il non giudicare, il non incominciare subito a scartare o a scegliere le immagini che affiorano. Il vero valore del metodo della fiabazione consiste proprio nel permettere l’affiorare alla coscienza di immagini che si formano a livelli più profondi e che seguono una dinamica non gestita dal pensiero cosciente.

Guarire con una fiaba di Paola Santagostino (pg 157)

Informazioni sul libro

Titolo: Guarire con una fiaba
Autore: Paola Santagostino
Editore: Feltrinelli Editore
Pagine: 176

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Immagine di Engin Akyurt

Scrivere una fiaba, una prova pratica

Infine, eccoci alla prova del nove: funziona, non funziona?
La risposta è di quelle che piace poco: dipende. Dipende da noi. Dipende da quanta pazienza e tenacia abbiamo e da quanto ancora crediamo nella magia che ci incantava da bambini. Dobbiamo darci una possibilità. Dobbiamo almeno tentare.

Immagine di Camila Denleschi

Dopo aver letto Guarire con una fiaba, ormai dieci anni fa, mi dissi: ok, proviamo. Il mio primo tentativo finì abbastanza miseramente, ero ancora troppo legata al bisogno di creare qualcosa di “perfetto” per cui nessuna idea fluiva, mi sentivo bloccata e mi arenai. Ci riprovai tempo dopo tentando di incanalare alcune emozioni che provavo in una fiaba, ma anche in quel caso i tempi non erano maturi: non ero pronta a vedere nuove possibilità perché non credevo ancora vi potessero essere per davvero.
Non demorsi, però, a dimostrazione che, da qualche parte dentro di me, un diverso sguardo vi fosse e avesse solo bisogno del suo spazio e tempo per mostrarsi.

Così iniziai a scrivere una fiaba la cui protagonista si chiamava Brina, Brina Malasorte. Il suo sviluppo non fu lineare e ci misi molto tempo prima di scrivere la parola fine. Mi diedi il tempo di lasciare che la storia di Brina si sviluppasse, che si mostrasse ai miei stessi occhi.
Passarono mesi, anni. La sentivo incompleta seppur la parola fine fosse stata scritta. C’era ancora qualcosa che si agitava nell’ombra. Infine, dandogli tempo e spazio emerse e rileggendola scoprii che io raccontavo una fiaba e la fiaba si raccontava a me. È difficile da descrivere, ma se vi cimenterete nel tentativo capirete quello che intendo.
Per cui se oggi mi chiedo: mi servì scriverla? La risposta è indubitabilmente: sì. Ma lo posso dire ora, ora che la guardo in prospettiva.

Leggi la fiaba di Brina Malasorte 

Uno dei messaggi più grandi che una fiaba reca con sé è la consapevolezza che in noi coesistono luci e ombre, che sia i personaggi “buoni” sia quelli “cattivi” ci aiutano a conoscere meglio noi stessi offrendoci l’occasione di andare oltre i giudizi e gli schemi mentali.
L’altro grande messaggio è che le fiabe non smettono mai di ricordarci, a cinque anni come a trenta, a cinquanta o a settanta, che, per quanto possano apparire forti, i mostri non vincono.

Il bene. Il bene va più avanti. 

Il male. Il male resta indietro.

Greta, 6 anni

Immagine in apertura di Marko Blažević

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Tag: Last modified: 13 Luglio 2024