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La cattiva strada di Paola Barbato

Recensione scritta da Silvana Pincione

Non essendo una particolare intenditrice di thriller, se scelgo di leggere un libro che appartiene a questo genere è perché mi lascio guidare dall’istinto. Era già capitato con Donato Carrisi e stavolta è stato il turno di Paola Barbato. Non sempre la copertina determina la scelta, ma in questo caso, il rosso e il nero che dominano quella di questo libro sono stati talmente impattanti da attrarmi irresistibilmente. Una strada ripresa frontalmente, con gli abbaglianti di un auto in movimento e, sullo sfondo, le tinte cupamente violacee di un tramonto: il biglietto di visita de La cattiva strada si può tradurre in questa descrizione. 

Paola Barbato, classe 1971, milanese di nascita e bresciana di adozione, è sceneggiatrice del noto fumetto Dylan Dog. Dopo aver esordito nella narrativa con alcuni racconti, scrive due trilogie di romanzi thriller: Bilico, Mani nude e Il filo rosso tra il 2006 e il 2010; Io so chi sei, Zoo e Vengo a prenderti tra il 2018 e il 2020. Sempre nello stesso filone si inserisce Non ti faccio niente del 2017.

Un inizio in medias res per un thriller corposo

Come i thriller che lo hanno preceduto, La cattiva strada è un libro corposo, che si lascia divorare, un torrente in piena che va incontro al lettore con tutto il suo carico di adrenalina. Già l’inizio in medias res in questo senso ci introduce nel vivo del racconto:

Era andato tutto bene finché il pacco non aveva iniziato a gocciolare.

Un’ informazione riportata brutalmente che si traduce in una spinta a proseguire la lettura, finchè non verrà svelato il contesto in cui si svolge l’azione: è così che il lettore fa la conoscenza del protagonista, Giosciua, lo vede adoperarsi per controllare se il pacco in oggetto perde da qualche parte e subito avverte serpeggiare tra le righe la percezione di un pericolo latente, di uno stato d’allerta che lo accompagnerà fino alla fine del libro.

La figura di Giosciua tra inettitudine e inerzia

Mi sono chiesta perché l’autrice, al momento di attribuire un nome al suo protagonista, lo abbia volutamente riportato in una forma grafica così sfacciatamente errata. Andando avanti nella lettura, ho capito che questa scelta voleva porsi come un’indizio ben preciso di quella che è la caratteristica principale del protagonista: quella di condurre un’esistenza deviata, inconcludente, sbagliata secondo le regole e le convenzioni sociali correnti, quasi volesse stigmatizzarla, marchiarla a fuoco colpendola nella sua identità più profonda. Giosciua, pecora nera di una famiglia perbene, di lavoratori onesti e rispettati, altro non è che un inetto nell’accezione attribuita da Svevo al termineche si distingue per la sua abulia e per la conclamata incapacità di prendersi le proprie responsabilità di persona adulta e di collocarsi socialmente nel mondo.

Con un profilo di questo spessore, il protagonista si afferma come il candidato ideale per il mondo dell’illegalità. Lo stesso lavoro che svolge rivela del torbido: da corriere privato ha il compito di consegnare pacchi – dal contenuto che non gli è dato assolutamente conoscere –  ogni volta a destinazioni diverse, per conto di un committente che si atteggia nei suoi confronti in modo alquanto ambiguo. Ma Giosciua, che non è abituato a farsi troppe domande, accetta tutte le condizioni che gli vengono poste, compresa quella di effettuare le consegne sempre e soltanto di notte. In questo caso, però, commette un errore imperdonabile: apre il pacco e vede quello che non avrebbe dovuto vedere.

Tutto in una notte

La peculiarità della narrazione di La strada sbagliata è quella di dispiegarsi tutta nell’arco di un’unica, interminabile notte. Giosciua, in questo intervallo temporale, intesse una rete di relazioni dirette e non con diversi personaggi: ci sono Tariq, l’amico a cui chiede disperatamente aiuto, il primo a capire quanto “grossa” e quanto “brutta” per lui sia la “cosa” in cui è finito, Irene, la donna di cui si è invaghito, il committente di cui conosciamo solo la voce fuori campo nelle conversazioni telefoniche, l’agente di polizia che intercetta  a distanza le sue mosse. Eppure, quella che prevale sulla scena è tutta l’impotenza della sua solitudine, e questa percezione viene amplificata dalla potenza claustrofobica e visionaria del contesto notturno in cui è calata l’azione narrativa. In questa cornice, il pacco si configura come il leit motiv del romanzo, l’elemento scatenante la catena di eventi drammatici che si susseguiranno nel corso del racconto.

La paura scatenata dalla scoperta del suo contenuto, presto tramutata in terrore, indurrà infatti l’uomo a prendere una serie di decisioni da cui dipenderanno le vite di altre persone, intrappolandolo in una rete di sotterfugi e tentativi di depistaggio, che non riuscirà a gestire e alla fine lo obbligheranno alla fuga. E tra una fuga e l’altra, sullo sfondo di un’autostrada che sembra non finire mai, sempre uguale a se stessa, il lettore viene trascinato a forza dentro il vortice agghiacciante di un girone infernale, sospeso tra panico e angoscia.

Un girone da cui non c’è possibilità di mettersi in salvo con una deviazione di fortuna, perché il male è alle spalle e obbliga a correre sempre avanti verso una sola destinazione. La sensazione è quella di accompagnare il protagonista in un viaggio che non è solo fisico ma interiore, in una sorta di ritorno alle origini della fragilità umana che, al termine delle prove a cui verrà sottoposto, renderanno Giosciua un uomo nuovo, finalmente maturo e dolorosamente consapevole. 

Ritmo avvolgente e incalzante per un thriller ad altissima tensione

Da sceneggiatrice di fumetti noir, Paola Barbato conosce bene le regole alla base di un prodotto narrativo in grado di catturare il pathos del lettore. La sua prosa è essenziale, senza abbellimenti retorici né digressioni descrittive superflue, perché il compito è quello di riportare su carta la realtà nella sua nudità, rappresentare luoghi e scenari esattamente per quello che sono, come se si dispiegassero davanti agli occhi del lettore.

Proprio in virtù di questo intendimento, i suoi personaggi sono vivi, nei loro caratteri così simili ai nostri, nelle loro storie così ordinarie. Lo stesso male che segna le loro esperienze alimenta la tensione perché tangibile, sperimentabile al di fuori della finzione narrativa e quindi, spaventosamente vicino a noi. Del resto, come ricorda la stessa autrice in un’intervista, leggere fa bene perché consente di uscire dalla propria vita e viverne altre, nel bene e nel male, in quanto alle storie dei libri non si assiste: ci si entra dentro.

Informazioni sul libro

Titolo: La cattiva strada
Autore: Paola Barbato
Editore: Piemme
Pagine: 310

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Immagine in apertura di Henryk Niestrój

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Tag: , Last modified: 21 Gennaio 2024