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Cambiare l’acqua ai fiori di Valerie Perrin

Recensione scritta da Silvana Pincione

Ci sono libri che, per quanto li si possa apprezzare, non lasciano il segno. Si tratta di letture amene, piacevoli, capaci di tenerci compagnia per qualche ora, giorno e settimana, ma, una volta terminate, si fanno dimenticare nel giro di poco tempo. Sono come una candela che si esaurisce e non si fa rimpiangere.

Poi ci sono libri a cui durante la lettura torniamo, come si torna da un innamorato che ci aspetta ogni volta che abbiamo un minuto libero da dedicargli. Libri che si lasciano assaporare, come un gelato del nostro gusto preferito, o prendere a morsi nei momenti in cui la tensione sale. “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valerie Perrin appartiene a quest’ultima categoria di libri.

Violette: un destino inciso nel nome

Vincitore nel 2018 del Prix Maison de la Presse, è stato definito in occasione della sua incoronazione come “un romanzo sensibile, un libro che vi porta dalle lacrime alle risate con personaggi divertenti e commoventi”. L’autrice è fotografa professionista e lo si evince dalla capacità di riprodurre ambientazioni e atmosfere, in un’adesione pressoché perfetta tra linguaggio visivo e linguaggio narrativo. Lo dimostra anche l’alternanza della messa a fuoco di scenari e personaggi, rispetto ai quali la scrittrice si muove con disinvoltura.

La protagonista del libro è Violette Toussant, che alla luce del vecchio detto latino “nomen omen”, porta già nel cognome il seme del compimento del suo destino. La traduzione letterale di Toussant è, infatti, Ognissanti e non potrebbe esservi cognome più calzante per la guardiana di un cimitero, quale è appunto Violette.

La trama: dal decollo dell’inizio all’atterraggio della fine, un viaggio denso di emozioni

Il decollo del libro è lento: i primi capitoli sono tutti volti a inquadrare la figura della protagonista, senza indizi particolari che facciano presagire gli sviluppi futuri della vicenda. A fare da incipit in ognuno di essi sono gli epitaffi di cui, spiega la protagonista, i cimiteri sono pieni “per scongiurare il destino del passare del tempo, per aggrapparsi ai ricordi”.

Chi è Violette? Lo chiarisce nelle prime righe lei stessa, definendosi come una persona che “assapora la vita, la beve a piccoli sorsi, come un tè al gelsomino”. Nessuna allusione implicita a una visione edonistica dello stare al mondo: la donna ci tiene subito a chiarire che in passato è stata “annientata”, addirittura “svuotata dal dolore”, ma “la sfortuna deve pur finire prima o poi” e ora finalmente può apprezzare i piaceri del presente, da lei definito “un dono del cielo”.

Violette ha lavorato per molti anni insieme al marito Philippe come custode di passaggi a livello e dopo aver perso il lavoro, accetta di candidarsi per il posto vacante di guardiana di un piccolo cimitero nel cuore della Borgogna.  Nella sua casetta al limitare del camposanto è solita offrire conforto e ristoro ai visitatori che vengono a omaggiare la memoria dei loro cari. È interessante l’analogia con un altro personaggio femminile, quello della portinaia Renèe de “L’eleganza del riccio” (di un’altra scrittrice francese, Muriel Barbery): entrambe amanti dei gatti e della solitudine, sono attente a intercettare la realtà che gravita intorno a loro e a dissimulare la loro vera natura, nascondendola dietro la superficie di un’apparenza dimessa e di una garbata riservatezza.

Un giorno, alla porta di Violette viene a bussare Julien Seul, un poliziotto che si presenta con le ceneri della madre, allo scopo di rispettarne le volontà testamentarie: quelle di riposare accanto alle ceneri di un uomo, custodite proprio nel cimitero in cui lavora la donna. Un uomo che non è suo padre e di cui non conosce l’identità. Ed è da questo punto della trama che il decollo del libro subisce un’accelerazione e la rievocazione della vicenda della madre di Julien si intreccia con una pluralità di strati narrativi, che rendono il tessuto della trama del libro complesso e articolato.

Se c’è un filo conduttore, in cui convergono le varie vicende narrate, è il ricordo e proprio i ricordi sono definiti da un epitaffio “vicoli ciechi che rivanghiamo in continuazione”. Il “vicolo cieco” che il lettore è chiamato a attraversare è quello che riguarda il passato di Violette, dal matrimonio con Philippe all’infanzia della figlia Leonine, in un meccanismo di flash back che spezza la linea del presente della donna, il quale torna ad affacciarsi tra un capitolo e l’altro, fino al punto in cui la trama subisce una brusca accelerazione. Nel corso della storia, l’autrice sposta l’inquadratura narrativa dal cimitero in cui lavora Violette agli altri luoghi in cui è ambientato il romanzo, per poi tornare al punto di partenza, a quel presente da cui la vicenda ha avuto origine.

Come in un acquerello, in cui la visione d’insieme acquista ricchezza espressiva grazie alla sapiente mescolanza di colori diversi, così la trama del libro va tingendosi progressivamente di sfumature variegate che spaziano, nel corso della narrazione, dal drammatico al rosa, fino a trascolorare nel giallo/noir nella seconda parte del libro. È qui che l’azione precipita in picchiata, con un susseguirsi degli avvenimenti sempre più movimentato. Il lettore è chiamato a rimanere incollato alla pagina, come rimarrebbe incollato davanti a uno schermo che trasmette un film avvincente, nella frenetica rincorsa di quel finale che restituisce il giusto compimento alla vicenda narrativa.

Violette, uno straordinario esempio di resilienza umana

In questo percorso, il lettore imparerà ad affezionarsi alla protagonista, ad empatizzare con la sua vicenda umana, a provare una sincera ammirazione per questa donna umile messa a dura prova dalla vita, che ha saputo, tuttavia, offrire uno straordinario esempio di resilienza anche di fronte a uno dei dolori – se non il più grande dolore – che un uomo e una donna possono essere chiamati a sopportare.  Come lei stessa chiarisce: “Solo quando si vive quello che sto vivendo io si capisce che va tutto bene, che niente è grave, che l’essere umano ha una capacità inaudita di costruirsi e cauterizzarsi […]”.

Ma oltre a portare sulla scena un’esperienza umana di straordinaria intensità e spessore come quella vissuta da Violette, l’autrice riesce nell’impresa, per nulla scontata, di infrangere il tabù della morte e di sdrammatizzarlo, facendone materia di conversazione ordinaria, informale, persino ironica (esilaranti a questo riguardo le incursioni carnevalesche di Violette, travestita da fantasma per mettere alla fuga la banda dei teppisti profanatori del cimitero), pur nel contempo salvaguardandone la sacralità. Lacrime e sorrisi velati di tristezza coesistono nel romanzo in un’inedita convivenza.   

Il paradosso che si compie è allora lo struggimento del lutto che si mescola al conforto del ricordo, il dolore della perdita che apre un varco alla speranza. E la speranza diventa il motore che, oltrepassando la morte, guida la vita, portandola avanti.

Ci sono libri che una volta arrivati all’ultima pagina, ci dispiace aver finito. E che ci viene voglia di continuare a coccolare anche nelle ore e nei giorni successivi, riandando col pensiero alle scene, ai luoghi e ai personaggi che più hanno colpito la nostra immaginazione. Cambiare l’acqua ai fiori è uno di quei libri. Che è stato bello assaporare sorso dopo sorso e ci hanno fatto godere del presente. Proprio come il tè al gelsomino tanto amato da Violette.

Informazioni sul libro

Titolo: Cambiare l’acqua ai fiori
Autore: Valerie Perrin
Editore: E/O
Pagine: 476

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Immagine in apertura di FotoZeit

Last modified: 8 Novembre 2021