Scritto da Mente Creativa Riflessioni

Il piacere della solitudine

Gli inglesi lo dicono meglio. Dove noi usiamo un unico termine per indicare lo stato di chi sta o vive solo, la lingua inglese ama distinguere tra “loneliness” e “solitude”.

Immagine: Kimie Abu Bakar

Loneliness ha una connotazione negativa e indica un senso di isolamento. Si prova quando sentiamo che qualcosa o qualcuno manca nella nostra vita. Lo possiamo provare anche quando siamo in compagnia di altre persone, infatti non richiede una reale solitudine fisica.

Solitude, al contrario, indica lo stare da soli senza sentirsi soli. Ha un significato positivo e costruttivo che denota un impegno con se stessi. La solitudine è desiderabile ed è uno stato in cui ci si sente bene, in buona compagnia con se stessi.

Purtroppo in italiano questa sfumatura si perde e spesso il termine solitudine viene utilizzato esclusivamente nella sua accezione negativa.
Alcuni pensano che nessuno potrebbe coscientemente sceglierla: essere soli si trasforma quindi in una maledizione, una condizione che potremmo definire in tanti modi, ma non di certo piacevole.

A scuola si sentono soli quelli che non fanno parte dei gruppi “in”, a volte vittime di bullismo o più spesso semplicemente ignorati in un’età dove le distinzioni sono nette e implacabili: o sei dentro o sei fuori, o sei “come noi” o sei uno sfigato.
Nell’età adulta, invece, la solitudine viene spesso associata agli anziani rimasti senza famiglia o “abbandonati” dai figli.

Se pensiamo a queste situazioni tipiche io stessa mi chiedo: chi potrebbe coscientemente scegliere la solitudine? La risposta, però, sarebbe troppo scontata così come non è scontata la solitudine in un mondo interconnesso come quello di oggi.

Chi davvero oggi può dirsi completamente solo? Ci sono i social network, i blog, le chat, i forum… basta accendere il computer e il mondo là fuori si catapulta nella nostra stanza. È naturale che Internet diventi la nostra isola felice: pazienza se siamo finiti in una scuola di ignoranti, pazienza se non troviamo amici intorno a noi, Internet ce ne porta a frotte con un semplice clic. Questa la realtà che viviamo oggi: siamo sempre collegati, sempre connessi con qualcuno, sempre visibili.

Immagine: Beryl_snw

In un mondo così interconnesso è ancora possibile “sentirsi soli”? È possibile apprezzare la solitudine? È socialmente accettabile preferire la solitudine alla compagnia degli altri in un mondo in cui la prima è diventata apparentemente “evitabile”?

Il bisogno di solitudine viene spesso stigmatizzato nonostante la psicologia ci spieghi come la solitudine sia una caratteristica fondamentale e imprescindibile per il benessere dell’individuo.
È davvero salutare vivere esclusivamente in rapporto agli altri?
William Deresiewicz, professore di inglese a Yale, afferma: “La tecnologia ci sta portando via non solo l’intimità e la concentrazione, ma anche la capacità di stare soli.”
Nel suo articolo The end of Solitude (in italiano Addio solitudine pubblicato sulla rivista Internazionale), Deresiewicz discute sul ruolo che la solitudine ha ricoperto nella storia e spiega come ancora oggi sia un elemento importante per lo sviluppo personale.

Solitudine non significa isolamento e perdita di contatto con la realtà che ci circonda, al contrario è un saper entrare in comunione con la parte più profonda di noi stessi per relazionarci in modo più sano con gli altri. Non saper affrontare la solitudine può trasformarsi in un incubo per chi sente il bisogno imperante di “stare con qualcuno”, che si tratti degli amici o di una persona d’amare.

Come si riscopre il piacere della solitudine? Staccando la spina per un po’, accantonando l’ansia di “perdersi gli ultimi aggiornamenti” e riconoscendo che anche noi stessi abbiamo bisogno di un’attenzione speciale.

Immagine: Philippe Put

Come reagiranno gli altri? Perderemo i nostri amici se sentiamo il bisogno di starcene anche per conto nostro? Ci considereranno degli asociali? È evidente: sì, capiterà. Per chi pensa che la solitudine sia qualcosa da disprezzare diventeremo un fenomeno da baraccone, qualcuno con qualche strana malattia! Scrive Deresiewicz: “La solitudine non è un’esperienza facile, e non è per tutti.”
Possiamo anche vivere escludendola dalla nostra vita per molto tempo, ma quando reclamerà a gran voce il suo spazio difficilmente riusciremo a far finta di niente.
Il prezzo della solitudine, afferma Deresiewicz, può essere quello dell’impopolarità. “La solitudine non è molto cortese. Thoureau* sapeva che i nostri amici potranno trovare sgradevole il nostro atteggiamento solitario. Per non parlare dell’offesa implicita nell’evitare la loro compagnia.”

È indispensabile a questo punto chiedersi: quali amici ci abbandonerebbero? Esiste un tipo di amicizia capace di sopravvivere alla solitudine? Voi cosa ne pensate: può il desiderio di solitudine conciliarsi con l’amicizia?

Come considerate la solitudine? Ne sentite il bisogno o preferite evitarla?

Da parte mia, nel corso del tempo, ho imparato a fare i conti con quello che può essere non solo un piacere, ma anche un vero e proprio bisogno. Il bisogno di tornare a se stessi e di isolarsi per un po’. Un bisogno vitale e imprescindibile, per quanto ancora poco popolare e spesso bistrattato.

Per approfondire:

The call of Solitude di Ester Buchholz
What is Solitude? di Hara Estroff Marano

*Nel 1854 Henry David Thoureau scrisse un’opera in cui elogiò la solitudine, Walden

Foto di anoldelt

Tag:, Last modified: 19 Ottobre 2019